Il Blauer Portugieser e il Portogallo che forse non c’entra

I portoghesi non saranno contenti di sapere che, in Italia, il nome della loro nazione è associato ad una speciale categoria di persone: quelle che usufruiscono di un servizio senza pagare. Sono “portoghesi” quelli che salgono sul bus e non timbrano il biglietto (“Lotta ai portoghesi”, titolano bellicosi i quotidiani) o quelli che si imbucano ai concerti, quelli che vanno allo stadio intrufolandosi dal retro o gli ospiti senza invito a pranzi e cene. Chissà com’è, abbiamo attribuito a questi tipi umani l’etichetta di abitanti del Paese affacciato sull’Atlantico.
Questa incertezza etimologica si riflette anche su un altro uso del nome “portoghese”: esso classifica infatti una varietà di uva a bacca rossa, il Portoghese appunto, iscritto anche in Italia al Catalogo Nazionale e diffuso in tutti i territori mitteleuropei. Incertezza, perché non sono chiare le ragioni che hanno portato a questo appellativo: questo vitigno infatti non sembra essere parente con nessuna varietà portoghese, nonostante alcune fonti ancora scrivano che esso sia stato importato nel 1770 da Oporto a Vöslau (Austria) dal Barone von Fries. In realtà sembra invece che questa varietà si sia sviluppata proprio in Austria e abbia somiglianze con vecchi vitigni stiriani e ungheresi. Proprio in Austria è ancora molto diffuso, con circa 1.300 ettari, anche se con un calo del 30% tra il 1999 e il 2009. In Germania con il nome di Blauer Portugieser è la terza varietà a bacca rossa più coltivata dopo Spätburgunder e Dornfelder, con oltre 4.000 ettari concentrati soprattutto nel Rheinessen, nello Pfalz e nell’Ahr. In queste regioni venne importato dall’Austria nel corso dell’Ottocento, e più o meno nello stesso periodo e dagli stessi luoghi arrivò in Südtirol e in Trentino, forse portato da coloni e soldati sudtirolesi o forse diffuso dall’Istituto di San Michele come varietà adatta alle coltivazione nelle zone più elevate. Esso infatti è un vitigno a maturazione precoce, rustico, vigoroso e molto produttivo, che quindi si adattò bene ai climi rigidi degli alti versanti delle valli trentine (soprattutto in Valsugana) e sudtirolesi, tanto da trovare una buona diffusione in Valle d’Isarco. Questa varietà all’inizio degli anni Cinquanta produceva nel solo Trentino ancora oltre 4.000 quintali d’uva, ma oggi la si trova solo nelle bottiglie dell’Angelica e di Baldessari, grazie all’ormai noto progetto “Vini dell’Angelo”. In Südtirol entra a buon diritto nella composizione del Klausner Laitacher, nei confini della denominazione Eisacktaler. E’ questo un vino speciale, che unisce nella stessa bottiglia Schiava, Lagrein, Pinot Nero e appunto Blauer Portugieser: un piccolo simbolo della tradizione enologica sudtirolese, che potete trovare con l’etichetta della Eisacktaler Kellerei. Imbottiglia del buon Portugieser anche Zöhlhof, piccola azienda a conduzione biodinamica nei pressi di Velturno.
Post scriptum: in realtà, una spiegazione perché le “persone che entrano senza pagare” si definiscano “portoghesi” c’è: nel XVIII secolo l’Ambasciata del Portogallo organizzò uno spettacolo al teatro Argentina di Roma, al quale naturalmente furono invitati ad assistere gratuitamente tutti i portoghesi residenti a Roma. Sembra però che, assieme ai veri portoghesi, entrarono nel teatro una gran quantità di portoghesi finti, cioè di romani che riuscirono a farsi passare per portoghesi. Truffati due volte, i poveri portoghesi: quel giorno e, per sempre, nel dizionario della lingua parlata.