Cenere siete

Il cassetto dei vecchi racconti trabocca di carte polverose. E considerato che, di recente, la maggior parte del nostro tempo è dedicata a dare voce a Solomon Tokaj, i cui reportage potete leggere nella sezione del sito e ogni venerdì sul Corriere del Trentino, riprendiamo queste anticaglie e proviamo a dare loro una rinfrescata.

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Cenere siete

Quell’Osvaldo è un porco, un furfante, è un mascalzone che basta della metà. La cenere nel vino? Come si fa a mettere la cenere nel vino alla gente per farla stare male? Robe da non crederci: inviti i paesani in cantina, poi metti la cenere nel vino e li fai tornare a casa in quelle condizioni! Non invitarli nemmeno! Ma so ben io cosa gli combino, a quel bifolco.

Ieri il papà è tornato a casa tardi, ma ho sentito tutto, non stavo mica dormendo: è successo che è finito nella cantina di quel delinquente, di quell’assassino nato, lo sa il Signore perchè, e non ne è uscito prima di mezzanotte. L’ho sentita la mamma urlare, quando il papà è entrato dalla porta ciondolando: ci ha messo mezzora a salire le scale, venti gradini! “Ecco, anche stasera! Dino, te l’ho sempre detto, in casa di quel farabutto non ci devi andare. Ti mette la cenere nel vino e dopo stai male, Dino!”. Buon Dio, la cenere nel vino! Non è solo la mamma che ha il coraggio di denunciare questo schifoso crimine. Qualche domenica fa, a messa, ho origliato le signore dei banchi davanti. La Grazia diceva alla moglie del Gigio che aveva visto il marito, quella notte: lei si era svegliata a tirare dentro le lenzuola, per paura del temporale, e lo aveva visto, lui preciso, venire su a zig zag per il paese. “Era proprio ubriaco!”, diceva la Grazia: brava donna, che aiuta la moglie di quel povero alcolizzato, ho pensato. L’altra però non sembrava contenta della soffiata: “E’ andato dall’Osvaldo, gli ha messo la cenere nel vino e lo ha fatto stare male! Mio marito non beve!”, aveva bisbigliato stizzita. Lì per lì non avevo capito, ma ora che la mamma lo ha confermato, ora sì che è tutto chiaro.

Quell’uomo mi mette i brividi, dovrebbe essere buttato nella buca del letame e sotterrato. E chissà quanti uomini, bravi lavoratori, padri di famiglia come il papà e il povero Gigio sta rovinando. Ci fosse il tempo di indagare, quanti ne verrebbero fuori. Mi vergogno di aver pensato male, in tutto questo tempo: guarda che ubriaconi, dicevo vedendo questa marmaglia di empi che il sabato sera si trascinavano come lombrichi verso casa, dove li aspettavano pazienti le loro mogli e i loro figli. La cenere di quell’Osvaldo, ecco cosa rovina il nerbo più sano del mio paese, non il buon vino, frutto della terra, della fatica degli onesti, della saggezza degli umili. Gentile concessione di Dio, da godere con sobrietà e somma devozione, sempre. Come avevo potuto pensare così male? I doni del cielo sono buoni, il vino è un grande dono.

Il papà, quando è tornato ieri sera, non aveva nemmeno il suo cappello: lo aveva lasciato in quel girone dell’inferno, e per sbaglio si era portato via il cappello dell’Osvaldo. Il cappello del diavolo! Quell’uomo senza vergogna, di lui se ne raccontano di belle in paese. Che è sposato con la Nerina, ma che ama la Dora, quella donnaccia che abita ai masi e che- Dio la salvi- nessuno la vuole sposare. Che non lavora, sempre che tagliare i capelli al rosso, al caorar e a quattro zotici sia un lavoro consono a un uomo per bene. Che quelle poche volte che aiuta i compaesani in vendemmia non fa altro che guardare le donne e non raccoglie nemmeno da riempire un bicchiere. Che non va a messa tutte le domeniche, ma solo a Natale e a Pasqua, perchè dice che se ci va la Nerina tutti i giorni vale come se ci andassero entrambi un giorno sì e uno no, e Natale e Pasqua son quasi di troppo e gli abbuonano due giorni di Purgatorio! Tre rosari di penitenza, solo a pensarlo!

Ora questo miscredente non si accontenta di aver trasformato la sua famiglia in un ginepraio di blasfemie, ma vuole rovinare quel Cenacolo di Preghiera, Armonia e Pace che è la nostra casa: una famiglia cresciuta nel Signore, una mamma devota e amorosa, figli mansueti e modesti, un papà laborioso…laborioso, fino a quando quello sgherro di Satana non ha fatto presa su di lui! Com’è possibile, papà, che ti sia lasciato adescare? Un uomo integerrimo, un contadino tenace: hai sempre pensato solo alla tua famiglia e alla tua campagna, senza cedere mai ad una tentazione. Come hai potuto cadere nella trappola di quella bestia luciferina? Certo gli strumenti del demonio sono forti e tentatrice è la sua voce: povero papà, forse è addirittura colpa nostra, mia, forse non siamo stati abbastanza ubbidienti, forse abbiamo portato il germe della discordia in famiglia? A messa la domenica, sempre. A confessarci, tre volte alla settimana. Prima di desinare, la preghiere. Dove abbiamo mancato, allora? Questa notte non dormirò, il mio letto è un groviglio di spine.

Sono andato anch’io, una volta, nella cantina di quell’uomo malvagio. Al solo pensarci ora mi si raggela il sangue nelle vene, mai stato così vicino al Male. E mai vista una cantina così fonda e buia: almeno dieci gradini per scendere, contro i sei massimo sette delle cantine degli uomini dabbene. Anche questo, papà, devo rimproverarti. Mi hai gettato nelle fauci del Diavolo, cosa ne sarebbe stato di me se solo la Fede mi avesse abbandonato un istante? Niente di più facile che da grande io diventi una canaglia come l’Osvaldo, corrotto dai vizi, incapace a fare il Bene. La mamma prega per te, papà, ma se sapesse che quel giorno mi hai portato all’inferno pregherebbe solo per me. A te, forse un Eterno Riposo.

Papà, il male è entrato nella nostra dimora, ha colpito te e la mamma, i miei fratelli e anche me, che ho sempre cercato di agire nel Signore. Da ieri sera questa casa ha qualcosa che non va, la mamma ha pianto tutto il giorno e noi bambini litighiamo e ci siamo addirittura azzuffati, ci perdoni chi può. Insomma, ho dovuto agire per riportare la quiete che non c’è più da quando la mamma ha scoperto l’ultimo artifizio di quel ribaldo, la cenere nel vino per far star male la gente. So che cerchi quel cappello, papà, che devi riportarlo a Belzebù che lo vuole di ritorno. Ma non lo troverai, nessuno lo troverà più: l’ho gettato nella stufa e ho guardato che bruciasse per bene, fino all’ultimo lembo. E quella cenere, maledetta cenere, oh come volava leggera giù dalla terrazza, lontano dalla nostra casa e dal vino.