I Cesconi, vignaioli libertari

Era da un po’ che avevamo messo in cantiere una visita alla famiglia Cesconi, vignaioli di Pressano, sulle colline sopra Lavis. Le ragioni non sono poi difficili: ne parlan tutti bene, intorno a loro c’è un coro unanime di consenso. Non capita spesso, in un mondo dove rivalità e invidie sono all’ordine del giorno. Ci deve essere un segreto, in questa capacità di mettere tutti d’accordo, e l’unico modo per capirlo è andare a conoscerli di persona, passarci qualche ora e fare due chiacchiere. Il bello del vino è questo, in fin dei conti. L’occasione per toglierci la curiosità ce la dà l’amico di un amico, Ciro Devigili, un alpinista contadino che gestisce uno splendido agriturismo nella zona e che, grande amico dei Cesconi, si offre di accompagnarci in visita. L’amico di un amico, ora anche amico nostro.

All’ingresso incontriamo Lorenzo, vestito sportivo e sorriso che scioglie al primo impatto. E se la prima caratteristica è decisamente molto territoriale, la seconda già un po’ meno: cominciamo a capire il segreto di famiglia. Qualche parola per conoscerci un po’, due rampe di scale e partiamo nei campi, tutti intorno alla casa familiare. Impianti più recenti a spalliera si giustappongono alle vecchie pergole, “che ovviamente adesso non pianterei, ma questi sono i vigneti di famiglia”, e si cerca di fare il meglio con quello che si ha. Lorenzo parla con competenza dei terreni che coltiva: il terroir di Pressano, il terroir di famiglia, il bene più prezioso che i fratelli Cesconi hanno in mano e che intendono valorizzare al meglio. Non sono tante le famiglie che, nel boom del mattone, hanno rinunciato ad una variante al Piano regolatore che avrebbe permesso di vendere i campi agli immobiliaristi. “Mio padre ha dovuto combattere per veder cambiato il PRG e mantenere il suo terreno a destinazione agricola”. Irrazionalità economica, secondo la vulgata. “Col mattone ci avrebbe dato un po’ di soldi. Non certo un mestiere e il futuro della famiglia”.

Qui, sui campi sopravvissuti al cemento, tra la dolomia del Brenta e il porfido cembrano, i Cesconi da qualche anno coltivano le loro “terre rosse” in modo sostenibile, parola magica che Lorenzo traduce in “salubrità ed espressione territoriale: un terreno sano, vitale, permette alla vigna di esprimere al meglio le caratteristiche del terroir”. Non è stata una folgorazione sulla via di Damasco, ma un percorso di piccoli passi, equilibrati e misurati con cura. “Per primi abbiamo eliminato i diserbi chimici, poi siamo passati alla lotta integrata, in seguito abbiamo ottenuto la certificazione biologica. Facciamo le cose con calma, valutando con attenzione ogni conseguenza dei cambiamenti introdotti”.

L’aspetto più curioso è che, girando per i campi, Lorenzo ci parla poco delle vigne e moltissimo del suolo, delle piante che vi crescono, degli insetti che lo abitano. Ci parla con entusiasmo della biodiversità che arricchisce i filari: il campo è tutto questo, in una concezione davvero integrale dell’ambiente agricolo. Lui e Ciro si scambiano consigli su come e quando preparare il sovescio: li ascoltiamo sorridendo, fino a qualche anno fa non era facile trovare vignaioli impegnati nella cura delle leguminose! Il giorno dopo mi attende un duro confronto con mio padre, mobilitato in armi nella lotta contro le “erbacce” tra i filari: l’esempio dei Cesconi mi sarà d’aiuto.

Integrale, dicevamo, la concezione della vigna qui in azienda. Di certo non integralista e manichea. Dalle parole di Lorenzo emerge il pragmatismo della tradizione contadina e lo slancio innovativo tipico delle persone aperte e intelligenti:  non stupisce affatto sapere che lui e i fratelli hanno avuto esperienze formative fondamentali nel Nuovo Mondo, tra Australia e California. Non c’è mai retorica nelle parole del più giovane dei fratelli Cesconi, non senti ritornelli e litanie: si parla di terra, di territorio, di vigne  e di vino con entusiasmo ma senza enfasi. I piedi son qui a Pressano, ma la mente dei Cesconi guarda con curiosità in giro per il mondo senza preconcetti. Un vignaiolo libertario, il giovane Cesconi, al quale hanno affibbiato l’azzeccatissimo soprannome “Orwell”.

Un passaggio in cantina, pulita e funzionale, dove alla modernità della mongolfiera per l’azoto si affiancano barrique di rovere francese a tiratura limitata, prodotte con querce di quasi 400 anni, fatte piantare nel 1648 da Luigi XIV. E il legno ha un’importanza centrale, nella vinificazione dei Cesconi, che lo usano sempre più spesso anche per le fermentazioni. Chiudiamo la visita in sala, assaggiando qualche vino senza affanni. Sono ancora una volta le parole, le nostre e quelle di Lorenzo, ad avere priorità: vino, politica, sport e matrimonio, perché la monotematicità è pericolosa quanto la monocoltura, e l’ovvietà non è di casa qui dai Cesconi.

La balena azzura campeggia benaugurante sull’etichetta del metodo classico dei Cesconi, il Blauwal, da pochi anni inserito nella già ricca lista dei prodotti di casa. 5.000 bottiglie circa di Chardonnay 100% che vede solo legno e rimane 40 mesi in bottiglia sui lieviti. E- particolare non consueto- qualche bel mese in cantina post sboccatura. 1,5 g/ l di zucchero, praticamente un pas dosè, dall’acidità tesa e salina, che non arruffiana il palato ma lo costringe a pensarci su. Finito di pensare, ti convince di berne ancora un bicchiere, il massimo che ci si può aspettare da un Trento fatto per bene. Caro Orwell, qui la prima P, nelle famose cinque del marketing, c’è tutta, e il resto vien da sé.

Contatti

Via Marconi, 39, 38015 Pressano (TN).

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