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CittĂ  e campagna: la sfida della convivenza

Trento e Bolzano sono due città profondamente caratterizzate dall’agricoltura. Difficile immaginare il capoluogo altoatesino senza le colline vitate di Santa Maddalena, così come non è facile togliere da una fotografia panoramica di Trento i meleti del fondovalle tra Romagnano e Mattarello, o i vigneti della collina est. Nell’ultimo mezzo secolo le cose sono molto cambiate, ovviamente; quello che era un paesaggio rurale continuo e omogeneo, intervallato solo da elementi comunque legati al mondo agricolo (masi sparsi, capanni, alberi secolari …), ha subito una radicale intromissione: la città edificata si è espansa, riempiendo quelli che erroneamente i pianificatori hanno per molto tempo considerato dei “vuoti” urbanistici, ovvero i campi, i prati, gli orti. Una visione riduttiva dello spazio rurale, inteso quindi come terreno di conquista per un’edilizia ingorda, desiderosa di espandersi oltre i centri urbani delimitati, e non come fattore integrante di un paesaggio urbano complesso. Questo ha fatto sì che quel continuum sia stato interrotto in ogni sua parte: la città ha in parte espulso la campagna, in parte la ha inglobata nei suoi “pieni”. Monumento imperituro di questo processo urbanistico, la grande rotatoria stradale al cui centro sopravvive decadente un meleto circolare: “mangerei mai queste mele?”, la domanda sorge spontanea circumnavigandolo.
La sfida della convivenza tra lo spazio edificato e lo spazio rurale è dunque una delle questioni centrali per le politiche urbane. Se n’è parlato qualche sera fa, a Povo di Trento, dove il circolo del PD locale ha organizzato un incontro pubblico nel quale – con una formula molto azzeccata – è stata data parola agli operatori agricoli: piccoli produttori, vignaioli, agronomi, sindacati agricoli, riuniti per confrontarsi in modo aperto sul futuro di un comparto di cui, vuoi anche in ragione dell’Expo, si parla e si discute molto. Sono emersi finalmente, dalla viva voce dei protagonisti, temi e problemi che per troppo tempo sono rimasti sottotraccia, nel dibattito pubblico delle nostre città: la necessità di ridurre l’utilizzo di sostanze di sintesi, specie nei pressi dei centri abitati; il ruolo degli agricoltori non solo come produttori di beni alimentari, ma come costruttori di paesaggio e manutentori di territorio; la consapevolezza che il suolo è una risorsa finita, che va dunque tutelata e valorizzata, perché la cementificazione è un processo quasi irreversibile; la possibile integrazione tra l’agricoltura e altre attività, a partire dal turismo per arrivare alle politiche sociali. Il mondo contadino in buona sostanza ha rivendicato la sua volontà di essere riconosciuto come parte integrante della città, perché “dare cittadinanza” ai contadini significa immaginare un modello di sviluppo urbano che fa della sostenibilità un elemento fondante non solo sotto un profilo ambientale, ma anche economico e sociale. Non è più sufficiente “tollerare” la presenza rurale, quasi fosse un corpo estraneo in un tessuto cittadino fatto solo di strade, edifici e verde pubblico. L’obiettivo dovrà essere quello della vera integrazione tra l’edificato e i diversi “verdi” che caratterizzano città come Trento e Bolzano: il verde pubblico dei parchi urbani, il verde agricolo e il verde boschivo. Che non significa fare vigneti nei boschi e lasciar rimboschire i vigneti, ma l’esatto opposto, facendo del genius loci una chiave per disegnare la città del futuro.