Fratelli Cobelli, gente di sciampagn

Qualche mese fa, quando cominciammo ad inviare le prime email a nome di Imperial Wines – a mo’ di sonda, di cunicolo esplorativo- non ci risposero in tanti, al contrario. Un messaggio di due sconosciuti che non proponevano nulla se non un’ipotesi di progetto di cultura enoica su scala mitteleuropea non poteva certo avere chissà quale priorità, e ne eravamo pienamente consapevoli. Anche per questa ragione abbiamo nutrito fin da subito una forma di affetto quasi spassionato per i pochi temerari che hanno risposto al nostro appello. Tra questi, i fratelli Cobelli. “Bel progetto”, ci dissero. “Diteci anche chi siete, però”, puntualizzarono saggiamente. L’occasione non è arrivata in tempi rapidissimi, come sempre avviene con Imperial Wines, ma come tutte le cose figlie della pazienza ha dato ottimi risultati. Il primo contatto “live” ce lo ha offerto la mostra dei vignaioli trentini: tra tante facce e cantine già note, spuntava il tavolino degli “Eredi di Cobelli Aldo”, dove Tiziano ci ha accolti col sorriso affabile e serio della gente di campagna. Due vini, il Gess (Gewürztraminer) e il Grill (Teroldego), tanta competenza e un coraggio da vendere. Non poteva finire lì: un mese dopo, suoniamo alla porta dell’azienda, sulle colline a nord di Lavis, tra Pressano e Sorni. Colline di vini e vignaioli di razza, come abbiamo già raccontato e racconteremo ancora. Devis – allertato per tempo- ci aspetta sulla porta della cantina: Tiziano, che si è sposato appena una settimana prima, oggi più che comprensibilmente non sarà dei nostri. “Campi, cantina di vinificazione, caneva fonda. Va bene?”, ci propone Devis. Un programma logico, che accettiamo volentieri.

I vigneti dei Cobelli sono come la nota compagnia telefonica, “tutti intorno a te”: il punto di osservazione, il “belvedere” come lo chiama con orgoglio Devis, è ricavato niente di meno che dalla busa dela grasa (la buca del letame). “Il nostro obiettivo è quello di recuperare tutto quello che ha a che fare con il Maso e con la famiglia”, ci dice. La storia recente dei fratelli Cobelli (Devis, perito agrario, Tiziano, enologo, e il più piccolo ancora studente a San Michele) è segnata da un lutto che, senza nessuna enfasi, per loro ha finito per rappresentare un punto di svolta. Con la morte del padre, nel 2005, i due fratelli maggiori decidono infatti di prendere in mano le redini dell’azienda: lasciano due lavori da dipendenti, sicuri e garantiti, e decidono che dai circa sette ettari di proprietà non è il caso di produrre solo uve da conferimento. Il talento c’è, il coraggio anche, non serve altro per partire con una nuova avventura: produrre i propri vini, con il marchio di famiglia. “Eredi di Cobelli Aldo, perché da adesso la proprietà deve rimanere indivisa”. Norma sancita con l’inchiostro nello statuto dell’azienda, ma a giudicare dalla passione è una precauzione non necessaria.

Devis, nel belvedere già busa dela grasa, sembra un capitano sulla tolda della nave. Sotto di noi si estendono le vigne, e lui ce le indica muovendo la mano nell’aria: “Qui sotto il Traminer, vigne vecchie di 40 anni. Più in là il Teroldego: non me ne voglia nessuno, ma è questa la vera zona di questo vitigno, prima che prendesse la valle. E dire che siam fuori dalla DOC”, per quel che conta. Sono questi due i vini che i fratelli hanno cominciato a produrre: 4.000 bottiglie in tutto, tutte vendute fino dalla prima vendemmia, il 2008. “Ora vogliamo puntare sulla Nosiola: abbiamo due vigneti con piante di 15-20 anni, e sui nuovi vorremmo impiantare questa varietà. Ma pensate che non si trovano nemmeno le barbatelle”. Dal dire al fare, sulla botte al centro del belvedere compare la prova da botte della vendemmia 2011. Poi, a seguire, l’equivalente in chardonnay. “Noi nello chardonnay ci crediamo, anche se ci spaventa che sia chardonnay”, scherza Devis. Il perché di questa convinzione è presto detto: intorno alle case di Maso Pianizza si estende una vallata, aperta sulla Valdadige, caratterizzata da un suolo gessoso che rappresenta un unicum in Trentino. “Quattrocento metri di gesso, una vena bianca in mezzo alle terre rosse di queste colline”. La cosa non era sconosciuta: poco sotto, per decenni è rimasta attiva una cava di gesso. Ma mai nessuno come i Cobelli ha fatto due più due: Chardonnay più Gesso, non è che vien fuori qualcosa di buono?

Dal 2009 Devis e Tiziano hanno cominciato a spumantizzare 2.000 bottiglie di Chardonnay, una varietà che rappresenta il 40% circa della produzione totale. Un potenziale immenso, di cui i fratelli sono pienamente consapevoli. “Perché spumante? Non certo per moda, è ovvio. Una bella responsabilità ce l’ha il nostro mentore baffuto”, uno di quelli che difficilmente sbaglia il colpo. “Tiziano punta ai 48 mesi e a un dosaggio zero: cento per cento terroir, clima suolo uomo vite, cento per cento Cobelli”. Sembra scontato scrivere certe cose, ma non lo è affatto, soprattutto nel nostro Trentino rovinato dalla fretta, dal pressapochismo e dalla scarsa propensione al rischio. “Dolomiti IGT, e ci inventeremo un bel nome di fantasia”.

La cantina di produzione, la piccola barricaia, la saletta degustazioni sono ricavate nella casa di famiglia: lavori di restauro intelligenti e curati, che hanno ridato vita ai vecchi locali. Ma per chi vinificava il padre? “Per le anime”, sorride Devis. “Si metteva sul sasso qui fuori, sulla strada, ed eran pochi quelli che non si fermavano”. Non c’è nessuna retorica nelle parole di Devis, solo una grande consapevolezza di quanto sia importante avere chiaro quello che c’è dietro di noi. Nani sulle spalle di giganti, citando Bernardo: di certo, ben saldi su spalle molto solide, gli Eredi di Cobelli Aldo possono guardare lontano.

Come spesso avviene, l’ultimo passaggio in caneva fonda è difficile da riassumere, anche perché le pagine del bloc notes si fanno mano a mano più bianche. In fondo a qualche scarabocchio senza senso, trovo scritto “i Cobelli, gente di sciampagn”. A mezzanotte passata, uscimmo a riveder le stelle.

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