Condividere la tavola: l’etica dell’ospitalitĂ 

Nella mia vita l’esperienza dell’ospitalità è sempre stata intrecciata a quella del cibo e del vino. Non sono stati molti – e ancora non lo sono – i giorni in cui, passando dalla casa dei miei vecchi, non abbia trovato qualcuno al tavolo, davanti ad una luganega, un pezzo di formaggio, qualche fetta di pane, una brocca di vino, intento a chiacchierare con loro. Rubando le parole a Daniel Bensaïd, filosofo nato in Algeria da famiglia di origini ebraiche, prematuramente scomparso, mio padre “è un’arte di vivere edonistica, una generosità senza limiti e un’ospitalità affettuosamente dispotica”. Insomma, traducendo: non puoi non entrare in casa, se passi di lì, e una volta entrato non puoi non mangiare e bere, se vuoi restare. Un affettuoso dispotismo, ovvero l’accoglienza portata alla sua espressione più acuta. Parlando di un gruppo di amici, sempre Bensaïd scriveva: “la loro accoglienza, la loro tavola sempre aperta, andavano ben oltre una generosa ospitalità. Era un misto curioso di potlatch precapitalista e di economia del dono postcapitalista, in cui i rapporti monetari sarebbero stati aboliti. Il quotidiano obbediva ad un rituale di socializzazione agli antipodi degli automatismi di mercato. Ogni gesto era votato a ricercare un piacere o a risvegliare un sapore”. Una dimensione così alta dell’accoglienza da diventare – nel profano del cibo e del vino- sacra, certamente etica, proprio perché “rapporto senza dipendenza”, la forma più alta e bella dell’amicizia.
L’Antico Testamento è ricco di testimoni di ospitalità: accoglienza come prendersi cura (Gn 18, 9-15), accoglienza come ospitalità (Gn 18,1-15), ospitalità che inizia con un sorriso (Gn 18,1-15) Modello etico di questa ospitalità, secondo Emanuel Lévinas è Abramo, il patriarca: e l’ospitalità, scrive Derrida in “Addio a Emmanuel Lévinas”, «è l’eticità stessa, il tutto ed il principio dell’etica». Accogliere significa essere cordiale, benevole, indulgente. “E’ come se l’accoglienza fosse un linguaggio primo, un insieme formato da parole quasi-primitive e quasi-trascendentali»: non elemosina, non buona condotta, ma un atteggiamento universale che è principio di ogni rapporto tra gli uomini. D’altronde anche Raab, la prostituta, fu salvata, “perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori” (Eb 11, 31).
Cibo, convivialità, condivisione: viene inaugurata oggi alle 18.00, presso il Museo Diocesano Tridentino in piazza Duomo a Trento, la mostra “Alla stessa mensa, tra rito e quotidianità. Percorsi di riflessione attraverso l’arte”, che rimarrà aperta fino al 6 aprile, con ingresso gratuito. Un modo acutissimo di inserirsi sui temi che l’Expo milanese sta rendendo mainstream, quelli del “mangiare” e del nutrirsi, attraverso il dialogo tra opere del passato, che sviluppano il tema iconografico dell’“Ultima cena”, e opere di artisti contemporanei che hanno affrontato le questioni che si spalancano attorno al “condividere il pane”. Fianco a fianco, dunque, calici frutto del minuzioso lavoro degli orefici di un tempo; nature morte di Gianluigi Rocca dal forte impatto simbolico; fotografie in bianco e nero firmate da Luca Chistè, modello di indagine legato all’antropologia visuale titolato “Tempo sospeso”, nel quale la convivialità si intreccia e a volte lascia spazio alla solitudine. Seneca scriveva che “la solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo”: con misura e temperanza, anch’essa è degna e necessaria.