Cooperare per generare impresa

Ho scritto spesso della cooperazione trentina, soprattutto in campo vitivinicolo: della sua nascita, delle prime cantine sociali sorte verso la fine del XIX secolo, dei principi ispiratori del movimento cooperativo e del grande ruolo che la cooperazione ha svolto – assieme alla Provincia – in ogni settore della vita economica e sociale, nel percorso che ha trasformato il Trentino da terra periferica di emigrazione a regione tra le più avanzate d’Europa. Al contempo non ho mai mancato di criticare alcune scelte compiute dalla cooperazione vitivinicola nell’ultimo decennio: qualche mania di grandezza pagata a caro prezzo, più attenzione alla quantità che alla qualità, un modello commerciale più orientato al prezzo che non alla riconoscibilità del prodotto, un calo di attenzione verso i territori, i paesaggi rurali e le dinamiche dello sviluppo locale in favore di politiche aziendaliste spesso poco conciliabili con il modello cooperativistico.
È di una decina di giorni fa una buona notizia: la sottoscrizione di un protocollo d’intesa tra la Provincia Autonoma di Trento e la Federazione trentina della Cooperazione per il rafforzamento dello sviluppo del territorio, del tessuto economico e dell’occupazione attraverso il sistema cooperativo.
Il protocollo prevede un impegno comune su tematiche specifiche di interesse strategico, tra cui al primo posto l’agricoltura. Nello specifico, i due attori si impegnano a mettere in campo azioni volte a tutelare e promuovere le produzioni agricole trentine e le tipicità territoriali; a valorizzare il marchio “Trentino” e le filiere produttive che si fregiano del Marchio di Qualità; a tutelare e salvaguardare i territori di montagna; a supportare la diffusione di modelli colturali biologici; a recuperare le terre abbandonate; a valorizzare la formazione e la ricerca in ambito agricolo e a promuovere esperienze di agricoltura sociale, di cui ho scritto non molto tempo fa.
A questi si aggiunge l’obiettivo, strategico in tempi di crisi, di fare della cooperazione uno strumento in grado di “generare impresa”. Proprio questo proposito potrebbe diventare il terreno della collaborazione tra le cantine sociali e i vignaioli trentini. Il vino trentino non sta attraversando un bel periodo, e solo un’alleanza tra tutti i soggetti che operano nel settore potrà ridare slancio al sistema: vanno recuperati e condivisi valori e obiettivi comuni, basati sulla valorizzazione dei territori e delle persone attraverso la produzione di vini in grado di qualificare il marchio “Trentino”. Per fare questo, è urgente dare nuove forme al rapporto tra il sistema cooperativo e gli “artigiani del vino”, i vignaioli, troppo spesso vissuto – anche a causa di scelte politiche non adeguate – con antagonismo, a discapito dell’intero settore. Tra Barolo e Barbaresco, in un territorio viticolo grande come il Trentino, ci sono più di 500 vignaioli; in Trentino non sono più di 70. Alle spalle ci sono storie, tradizioni, strutture socio-economiche molto diverse, è vero: ma non possiamo non investire su nuove strategie di impresa, per garantire un futuro di benessere a queste terre di montagna.
La speranza è che, alla luce del nuovo protocollo, la cooperazione possa diventare anche uno strumento per incentivare e supportare i giovani viticoltori ad avviare una propria cantina, valorizzando appieno quel connubio unico tra territorio e saperi dell’uomo, principale capitale delle nostre terre.