Denominazioni d’origine. La necessità del rilancio #28

Ormai io ci ho fatto l’abitudine, ma molti compagni di viaggio spesso mi rivolgono la fatale domanda: “Ma questo vino non è nemmeno DOC, non è che non valga nulla?”. Allora vai a spiegare che non stai cercando di propinare vino in cartone, che non sempre l’assenza della denominazione equivale ad assenza di qualità, e viceversa che la presenza della stessa non è necessariamente sinonimo di eccellenza.
La DOC è la Denominazione di Origine Controllata, un marchio di origine di cui la normativa italiana si è dotata a partire dagli anni Sessanta, per classificare vini di particolare qualità, prodotti in zone rinomate e vocate. I vini che si fregeranno della denominazione devono essere sottoposti a controlli: esami organolettici e analisi chimico- fisiche, che ne dovrebbero accertare la qualità e il rispetto dei disciplinari di produzione.
Nate dunque per garantire vini di qualità superiore in ragione di territori particolarmente vocati e di tecniche di produzione accurate, tanto nel vigneto quanto in cantina, esse hanno cominciato progressivamente a perdere questa loro riconoscibilità. Quali sono le ragioni? Alcune sono abbastanza evidenti. In primo luogo, l’esplosione del numero delle denominazioni, arrivate a quota 330 in Italia (alle quali vanno aggiunte oltre settanta DOCG): una grande confusione per il consumatore, disorientato in questo mare di presunti prodotti superiori. In secondo luogo, la collocazione di questi vini sul mercato: ormai non è difficile trovare bottiglie di vino DOC a prezzi inferiori ai 3 euro a bottiglia, che non fanno certo pensare a un prodotto speciale.
Anche in Trentino questo declino del valore della denominazione è ormai un dato di fatto: “Rivendicare la DOC in Trentino assume i contorni di una ‘prassi’ e non viene percepito come un valore aggiunto che qualifica la produzione. Questa situazione ha indotto una serie di piccoli produttori ad abbandonare la DOC, preferendo puntare sulla IGT Vigneti delle Dolomiti, nome geografico di maggiore riconoscibilità e svincolato dai condizionamenti imposti dalla DOC, un segnale di disaffezione nei confronti di un territorio poco valorizzato e poco tutelato”. Sono parole sagge e ponderate, che si leggono nel “Dossier sul settore vitienologico trentino” elaborato dall’Istituto Agrario di San Michele nel 2010.
D’altronde, sono i prezzi del vino sfuso per ettolitro pubblicati da ISMEA a far suonare un campanello d’allarme: 138 euro la DOC Trentino, 175 il pregiato Teroldego Rotaliano, mentre saliamo a 216 euro per la DOC Südtirol/Alto Adige. Cosa significa questo? Che, a fronte di costi di produzione sempre più alti, il vino di qualità, quello che dovrebbe rappresentare il territorio trentino, non garantisce più redditi sostenibili. E che, molto spesso, i vini di assoluta eccellenza escono sul mercato con marchio IGT (Indicazione geografica tipica). Questo è un problema che non può più essere ignorato.
Non credo opportuno cadere nei banali paragoni tra trentini e sudtirolesi: ognuno ha i suoi problemi e le sue grandi qualità. Ma non è possibile ignorare la differenza di valore delle due denominazioni Trentino e Südtirol/Alto Adige: valore non solo economico, ma che riguarda la percezione della qualità del territorio che questi marchi rappresentano. La settimana prossima azzarderò qualche possibile soluzione: ogni consiglio, che venga dalle caneve o dai piani alti, è ovviamente ben gradito.

Solomon Tokaj