Tra Venezia e Venezie, cercasi strategia territoriale

“E’ fosco l’aere, il cielo è muto, ed io sul tacito veron seduto, in solitaria malinconia ti guardo e lagrimo, Venezia mia!”. Chissà se nella testa di qualcuno è risuonata la memoria dei versi di Arnaldo Fusinato, quando a gennaio scorso anche il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso della Provincia di Trento contro la nascita della DOC Venezia. L’aere è proprio fosco, e non è detto che i lettori capiscano bene questa intricatissima vicenda: che c’entra il Trentino con Venezia, al di là della risorgimentale definizione del glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli, che si inventò la Venezia Tridentina all’interno delle fantasiose Tre Venezie? Nel mondo del vino c’entra molto, più di quanto ci si aspetti. Faccio un passo indietro. Dal 1995 esiste una IGT (Indicazione Geografica Tipica) denominata “delle Venezie”, i cui confini sono proprio quelli delle storicamente fantasiose Tre Venezie. Dunque Trentino, Veneto, Friuli. Un enorme “contenitore” nato per i vini di qualità non pregiata: le rese, altissime, vanno dai 190 ai 230 quintali per ettaro. Su questa IGT i grandi marchi trentini hanno costruito la propria fortuna: comprando vino prodotto in Veneto a basso costo, imbottigliandolo in Trentino e rivendendolo sui mercati nazionali e internazionali, garantendo così un reddito significativo ai viticoltori locali. Si parla soprattutto dei colossi cooperativi e si parla soprattutto di Pinot Grigio. Nulla di illecito, al contrario: probabilmente, operazione sensata e legata alla necessità di aumentare le quote di reddito ai contadini trentini, che per ragioni territoriali difficilmente possono competere con i costi di produzione dei vicini veneti. Però l’operazione non è stata indolore: da un Trentino che, come scriveva Veronelli, era terra di “felice disuguaglianza”, siamo passati ad un Trentino dove Pinot Grigio e Chardonnay coprono da soli più della metà della superficie vitata. Per il solo Pinot Grigio, dall’1,6% del 1980, siamo oggi sopra il 25%. Una vera e propria “rivoluzione”, che ha portato ricchezza, sì, ma che ha sacrificato la riconoscibilità in termini qualitativi del “marchio Trentino”: la DOC Trentino, nata negli anni ’70 per valorizzare la produzione territoriale, è oggi ridotta all’osso, se pensiamo che il rapporto tra vino certificato e vino potenzialmente certificabile nel 2014 è stato del 60% in Trentino (98% in Südtirol) e che nello stesso anno il 33% del vino Trentino DOC è stato declassato. C’è un altro “però”: dal 2010 è stata istituita la DOC Venezia, grazie al forte peso politico dell’ex Ministro delle Politiche Agricole e ora Governatore del Veneto Luca Zaia: un’operazione molto furba, dal punto di vista del mercato, ma che ovviamente ha messo a rischio la leadership trentina sul Pinot Grigio. Da qui i ricorsi, poi persi. Lo scontro è feroce, in ballo c’è il futuro di un intero sistema vitivinicolo: se da un lato la DOC Venezia è un mezzo abominio dalle finalità esclusivamente commerciali (comprende gli interi territori amministrativi di Venezia e Treviso, con buona pace del legame denominazione/territorio), anche la risposta trentina non è delle migliori: persi i ricorsi, si cerca di metter mano al disciplinare della DOC Trentino, portando il Pinot Grigio da 140 a 150 quintali/ettaro. Ferma la reazione dei Vignaioli: “La scelta di produrre di più per vendere a prezzi più bassi, porterà ad un’ulteriore svalutazione del Trentino, come marchio e come territorio”. Che strategia per il futuro del vino trentino? Cercasi risposte, disperatamente.