Etichette e territorio, una storia a lieto fine

E’ possibile immaginare un fiume senza una sorgente? O la pioggia senza una nuvola? O un quadro senza il suo pittore? La risposta è no, ovviamente. Allo stesso modo, è possibile pensare il vino senza il territorio? No, perché il vino non è una merce qualsiasi, né un prodotto di laboratorio, ma il frutto complesso ed in continua evoluzione di un rapporto atavico e inestricabile tra l’uomo, il clima, il suolo, i saperi, le conoscenze, le evoluzione tecniche e tecnologiche e chi più ne ha più ne metta.
Per fortuna qualche volta possiamo raccontare anche di vicende a lieto fine, che di notizie buone solo per piangersi addosso ce ne sono fin troppe. Per questo oggi voglio parlare di una storia di burocrazia e paradossi, conclusasi però in maniera positiva grazie al paziente lavoro della FIVI, la Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti (di cui fanno parte la Freie Weinbauern Südtirol – Associazione Vignaioli dell’Alto Adige e l’Associazione Vignaioli del Trentino), e degli oltre 800 vignaioli di tutte le Regioni di Italia che la compongono.
Si sa, spesso le leggi e i regolamenti sono il nascondiglio dell’assurdo. È il caso della norma contenuta nel Regolamento Europeo 1308/2014 accolta dal Testo Unico della Vite e del Vino, e precisamente l’articolo 53, che legifera sull’impiego delle denominazioni geografiche nella comunicazione aziendale. Questo stabiliva che un’azienda non avrebbe potuto indicare la regione o la città dove ha sede in nessuno dei materiali che utilizza per la comunicazione, nel caso in cui queste coincidessero con una Denominazione di Origine o una Igt. Non solo quindi in etichetta, ma anche su siti, brochure, cataloghi ecc. Pena, pesanti sanzioni economiche.
Per esemplificare, se un’azienda vitivinicola trentina non produce un vino sotto la Denominazione di Origine “Trentino”, questa azienda, alla luce della normativa, non avrebbe potuto scrivere la parola “Trentino” in nessun materiale di comunicazione. La norma equiparava infatti l’etichetta ai materiali di comunicazione aziendale. La FIVI ha così ingaggiato una battaglia per “difendere il diritto di comunicare il proprio territorio”, arrivata fino a minacciare azioni di disobbedienza civile.
“I nostri vini – diceva la Presidente della FIVI Matilde Poggi – sono i portavoce delle zone viticole di tutta Italia, sono il frutto del nostro impegno quotidiano a valorizzare, promuovere e custodire il paesaggio, sono messaggi in bottiglia che parlano a tutto il mondo del nostro paese. Insieme a tutti i nostri colleghi produttori del comparto agroalimentare nazionale siamo ambasciatori della nostra terra: come possiamo raccontarla al mondo senza nemmeno poterla citare?”.
Per fortuna, come anticipato, questa è una storia a lieto fine. Infatti il 31 dicembre scorso il Ministero per le Politiche Agricole è intervenuto modificando la norma, con una circolare che ha reintrodotto il diritto ad indicare il nome della provincia o della regione di appartenenza anche nel caso in cui questi nomi siano registrati come DOCG, DOC o IGT diverse da quella del vino promosso.
Nello specifico il Ministero ha previsto la possibilità che città, provincia e regione possano sempre essere indicate in etichetta e sul materiale comunicativo purché presentino i tratti dell’informazione geografica utile a specificare la collocazione della sede aziendale. Tutto bene quel che finisce bene, dunque: per una volta, su uno dei tanti ponti delle tante Venezie del vino, non tocca sventolare bandiera bianca.