I paesaggi, la fatica, i numi tutelari

Ammetto una debolezza: in questi giorni ho cominciato a fare la conta dei luoghi “patrimonio mondiale dell’umanità” che ho avuto la gioia di visitare. Il Þingvellir National Park in Islanda, dove ho rischiato di rimanere surgelato dentro la tenda, in una notte stellata; la città vecchia di Santiago de Compostela, che nell’anno giubilare dispensava indulgenze pur arrivando con mezzi a motore; la medina di Essaouira, coi ritmi gnoua e il freddo che non ti aspetti; la Colonna della Santissima Trinità di Olomuc, ormai quasi a destinazione, nel viaggio fondativo a due ruote; il centro storico di Krakow, cominciando a capire cos’è realmente questa Mitteleuropa; e poi la cattedrale di San Giacomo a Sibenik, i monumenti romani di Arles, il golfo corso di Porto, il parco del Cilento e Paestum … senza citare i più noti, e arrivando infine qui nel cuore delle Alpi, a quelle Dolomiti inserite nel 2009 nella lista dei patrimoni tutelati dall’UNESCO.
L’UNESCO è l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, nata nel 1946 per “contribuire alla costruzione della pace, all’eliminazione della povertà, allo sviluppo sostenibile e al dialogo interculturale attraverso l’educazione, le scienze, la cultura, la comunicazione e l’informazione”. Oggi è famosa soprattutto perché, ogni anno, ingrossa la lista dei luoghi del mondo che meritano particolare cura, o forse un viaggio, o entrambe le cose.
Da ultimi, pochi giorni fa, i “paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato”, cinquantesimo sito in Italia a potersi fregiare del prestigioso titolo: la particolarità sta nel fatto che è il primo paesaggio italiano considerato nel suo profilo vitivinicolo, riconoscendo dunque nella vite e nel vino uno degli elementi cardine della sua costruzione e definizione nel corso della storia, e dunque della sua più profonda identità. Primo in Italia, ma non in Europa: il paesaggio culturale di Tokaj-Hegyalja o l’area bordolese di St. Emilion, erano già state valutate come esempio originalissimo di un paesaggio vitivinicolo conservatosi nel tempo, pur sottoposto ai continui mutamenti del divenire storico. Sarebbe sciocco, infatti, considerare il paesaggio come un elemento mummificato, fuori dal tempo, spazio immobile e impermeabile ai cambiamenti, quando è ormai fatto acquisito che esso si forma nelle pieghe della storia, nelle sue continuità e nelle sue rotture, grazie all’incessante lavoro dell’uomo. Il paesaggio vitivinicolo è dunque prima di tutto un monumento alla fatica: non dobbiamo mai dimenticarlo, quando – dal vivo o in fotografia – rimiriamo estasiati la perfezione geometrica di una distesa di vigneti, le forme rigide dei campi coltivati puntellati da edifici rurali e borghi, le linee dei filari intrecciate con i sentieri interpoderali. E non dobbiamo nemmeno dimenticare che la storia non procede per una strada necessaria e obbligata: questo nuovo “patrimonio dell’umanità”, incastonato sulle colline del sud del Piemonte, non più tardi di mezzo secolo fa era luogo di povertà e miseria, un “mondo di vinti” perduti nel tempo, e la modernità che esplodeva altrove.
Allora questo nuovo riconoscimento ad un territorio italiano parla anche di noi e delle nostre terre: parla della necessità di uno sviluppo che non sia solo sostenibile, ma anche compatibile con le vocazioni di un territorio e con i bisogni della gente che lo abita, non piegato a esigenze e aspettative di numi altri, esterni, lontani, per quanto tutelari.