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I ricordi del primo incontro …

“Probabilmente non siamo giunti a risposte definitive e chiare, ma di certo abbiamo acceso l’interesse a proseguire nella ricerca, senza fare troppo caso ai confini ancora tracciati sulle mappe d’Europa. Vignaioli senza frontiere, come auspicato durante il dibattito: per il momento, con tenace pazienza, ci siamo limitati a superarne alcune, spianando la strada ad un lavoro che è ancora tutto da fare”. Così scrivevano gli amici di Imperial Wines due anni fa, in occasione del battesimo del loro progetto. Nella cornice verde di Maso Pez, a Ravina, avevano fatto dialogare vignaioli moravi e vignaioli trentini, tecnici e giornalisti, operatori del settore e semplici appassionati di vino: una prima, piccola tappa, informale e leggera, di un percorso che poi è proseguito su strade che in quel momento non erano nemmeno immaginabili.
Era stata la voglia di porsi insieme delle domande, non certo la presunzione di mettere nero su bianco delle risposte, la molla che aveva fatto scattare l’organizzazione di quel momento di confronto. Alla base, la consapevolezza che è importante guardare sempre al di là dei confini, cercando relazioni e scambi culturali con le più diverse esperienze: di fronte ai processi di globalizzazione, è bene cercare nel “locale” la sfera privilegiata del proprio agire, ma è forse ancora più importante tentare sempre connessioni con i saperi, le culture e le competenze sparse in ogni angolo del mondo. Il rischio di chiudersi in uno sterile localismo, autoreferenziale ed egoista, è sempre dietro l’angolo, quando si discute di identità territoriali. Vedere quindi, seduti in un simbolico cerchio, agricoltori e vignaioli di regioni “così lontane, così vicine”, fu significativo e di buon auspicio: discutendo di sostenibilità, di quel “limite” che era al centro delle riflessioni del Forum per la Pace – partner dell’incontro – si comprese che questo fattore non può essere disgiunto dall’autenticità territoriale e dalla conoscenza della storia di un luogo. L’uso indiscriminato della chimica non è solo dannoso per l’ambiente, infatti, ma è nemico della qualità e dell’espressività di un territorio, perché impedisce alla vigna di trasmettere appieno le caratteristiche uniche di quella combinazione di suolo, clima e uomo che altrove definiscono terroir.
Chi il vino lo fa raccontò di quanto sia importante ricercare l’equilibrio nel vigneto e ridurre al minimo gli interventi e le sofisticazioni in cantina, perché “la chimica è un alibi delle scarse competenze”, usando le parole di Jaroslavl Osicka; chi il vino lo vende aveva sottolineato l’importanza- e la difficoltà- di comunicare un territorio e la sua tradizione, non solo il nome di un vitigno; chi al vino guarda come ad uno straordinario vettore di cultura, aveva condiviso un’esperienza di cooperazione e solidarietà tra popoli, attraverso la riscoperta del più famoso dei vini, quello biblico della parabola di Cana. In conclusione, avevo potuto ascoltare le parole della terra – e di chi la coltiva- attraverso un buon bicchiere di vino, cercando di assaporare e comprendere, prima di ogni altra cosa, il descrittore più importante e troppo spesso bistrattato dai degustatori: la passione, che fa sì che, dopo migliaia di anni, si guardi ancora alla terra con rispetto e si dedichi ad essa lavoro e fatica.
Due anni sono passati da quel primo incontro di un gruppetto di amici, amanti del vino e della loro terra: due anni densi e pieni di impegni, che meritano un brindisi!