Il culto del Riesling

Alcuni vini diventano come le star del cinema, o i calciatori famosi: se vogliamo scomodare i santi, assurgono al rango di vere e proprie religioni, e se non lasciamo stare nemmeno i fanti, possiamo dire che per qualcuno sono una forma di ideologia politica. Mi sono già definito “schiavista”, in passati articoli: termine che richiama ben altri comportamenti, crudeli e disumani, rispetto all’amare la Schiava in ogni sua forma. Ma la mia è una religione minoritaria, una piccola setta, una congrega che fuori da Trentino e Südtirol non raccoglie molti adepti. Altra cosa, su scala enormemente maggiore, è la professione di fede che milioni di enofili fanno nei confronti del verbo di alcuni vitigni-culto. Questi non sono molti, li puoi contare sulle dita di una mano, ma due in particolare sono in vetta all’Olimpo, incontrastate divinità: uno a bacca nera, il Pinot Nero, e uno a bacca bianca, il Riesling. Ed è su quest’ultimo che oggi mi soffermo (il Riesling renano, ovviamente: di quello italico, di tutt’altra stoffa e nemmeno fratello, ho già parlato), in un brevissimo tentativo di afferrarne il mistero.
Anch’io sono rimasto ammaliato da questa varietà, ancora giovanissimo, per un bizzarro scherzo del destino: scrissi un racconto, piacque alla giuria, mi arrivarono a casa cento bottiglie come insolito ma apprezzatissimo premio. Tra queste, ben nutrita la squadra dei Riesling; e mica paglia: Mosella, Saar, Ruwer su tutti! Come partire in quinta, dunque: e da lì, una strada tutta in discesa, che mi ha portato a indagare a fondo questo oggetto di culto, cercandone le apparizioni in giro per l’Europa. L’ho trovato potente e robusto in Alsazia, anche nelle versioni “vendanges tardives” o “sélection de grains nobles”; più sottile e inconfessato in Austria, dove tra Wachau e Kremstal trova la sua culla elettiva; solenne ed eterno in Mosella e dintorni, sui pendii verticali a strapiombo sul fiume, dove è davvero sovrano indiscusso. Ma non c’è luogo al mondo, almeno fin dove cresce la vigna, che non abbia deciso di onorarlo: dal Canada alla Nuova Zelanda, come una vera religione universale.
Anche sotto le Alpi non manca di rivelarsi: nell’Oltrepò Pavese e nelle Langhe ne hanno versioni particolari, e se vogliamo proprio dare retta ad alcuni, sui colli emiliani e persino in Toscana si dedicano ad esso. Ma son cose per gli amici blasfemi: io – eterodosso per natura – in questo campo mi vesto da Torquemada e do la caccia agli eretici. Le belle bottiglie renane che ne contengono le migliori versioni hanno proprio la forma di una clava, molto utile a fine pasto, una volta sbugiardati i millantatori: il Riesling è il Nord, lasciate ogni speranza a certe latitudini!
Ma qui da noi, tra Borghetto e il Brennero? Circa sessanta ettari in Südtirol, una cinquantina in Trentino, sono destinati a questa varietà: molto poco, e d’altronde il vignaiolo esperto sa bene che il Riesling non è vitigno semplice, ma ha bisogno di condizioni speciali e di stagioni serene, perché è bizzoso e fragile. Basta poco, e non ne resta nulla.
Portato probabilmente in queste terre dall’Arciduca Giovanni d’Asburgo nella prima metà dell’Ottocento, ha trovato adozione soprattutto in Valle d’Isarco e in Val Venosta: non a caso, proprio a Naturno ogni autunno si celebrano le Giornate del Riesling, con degustazioni e visite nelle cantine che attraggono frotte di pellegrini. Mettetele in calendario, sono festività che vanno onorate.