Qualità e sostenibilità. Il futuro delle denominazioni #29

La settimana scorsa ho introdotto un tema che mi sembra urgente, nel mondo del vino, anche qui tra i nostri monti trentini e sudtirolesi: il valore delle DOC e il loro ruolo nello sviluppo di una vitienologia di qualità, redditizia e sostenibile.
Ad oggi, infatti, soprattutto la DOC Trentino mostra segni di debolezza sempre più evidenti: come scritto, sono molti i produttori – soprattutto piccoli, soprattutto di qualità – che abbandonano la DOC per classificare i loro vini IGT Vigneti delle Dolomiti.
Cosa c’è di male, si domanderanno molti lettori? Qualche problema c’è: senza pretesa di esaustività, ne elenco alcuni. Innanzitutto, questo conduce ad un progressivo svilimento del marchio di origine, che – portandone il nome – è il principale ambasciatore del Trentino e del suo vino: se buona parte dei vini migliori non reca in etichetta in modo evidente il nome “Trentino”, si perde lo slancio che in termini di riconoscibilità il prodotto di eccellenza può offrire al territorio. Ci sono grandi vini trentini che potrebbero veicolare non solo il buon nome dell’azienda (e delle Dolomiti), ma anche quello del Trentino: marchi trainanti, che rimangono invece grandi occasioni perse per il territorio. “Chi me lo fa fare di incagliarmi nelle secche della DOC, quando poi sul mercato vado in concorrenza – sotto la stessa denominazione – con vini venduti sottocosto?”: una frase che ricorre spesso, tra i vignaioli, legittimamente preoccupati.
In secondo luogo, svalorizzandosi la DOC, si crea un problema di sostenibilità per i tantissimi viticoltori – conferitori: perché il prezzo dell’uva non garantisce più un reddito adeguato, e si cerca di compensare con la quantità ciò che non si riesce a raggiungere con la qualità. Si innesca così una spirale pericolosa: si produce sempre più uva, di minore qualità, il cui vino sarà venduto a prezzi bassi, che non garantiranno reddito sufficiente a ripagare costi di produzione sempre più alti.
Bisogna fermarsi un attimo a riflettere, allora: ne va del futuro del territorio, non delle paturnie di pochi appassionati di vino. Partendo dalla produzione, prima ancora che dalla promozione: distinguendo le zone più vocate, arrivando anche a ridurre la superficie complessiva sotto denominazione; individuando sottozone che valorizzino contesti territoriali omogenei, come nella DOC Südtirol; diminuendo i massimali di produzione, ad oggi troppo alti; immaginando forme di pagamento delle uve a ettaro, non a peso, per stimolare la qualità. Sento spesso le lamentele di molti conferitori: “In Cantina mi pagano solo la DOC, l’esubero devo lasciarlo marcire!”. Sono un piccolo uomo del popolo anch’io, e capisco quanto dispiaccia lasciare l’uva sulla vigna, dopo tanto lavoro, per gente sobria e parsimoniosa come quella che abita le nostre terre: ma questa è la dimostrazione che c’è un grande lavoro culturale da fare, per far capire al contadino che quell’esubero non dovrebbe proprio esserci, che bisogna lavorare in modo da stare sotto ai massimali, che questo migliora la qualità e – conseguentemente – il guadagno. Qui entra in gioco però il ruolo delle Cantine sociali, che dovrebbero puntare al coinvolgimento e alla crescita dei soci, e a valorizzarne le uve, soprattutto quelle di pregio, che sono moltissime, perché moltissimi sono i viticoltori capaci. Il territorio cresce quando emergono le sue vocazioni: bisogna tornare a conoscerle, apprezzarle, promuoverle.

Solomon Tokaj