Il vino dell’orrore: un’offesa per l’umanità

Il 27 gennaio è una data che ogni anno impone a tutti un impegno, uno sforzo civile e culturale. Ricorre infatti la commemorazione dell’ingresso delle truppe sovietiche ad Auschwitz: i cancelli che racchiudevano l’orrore si aprirono, e nessuno poté più dubitare di quanto fosse avvenuto, di quale immane tragedia avesse colpito il popolo ebraico e milioni di persone che il Terzo Reich aveva dichiarato indegne di vivere. Sembra strano che io scriva di questo, in una rubrica modesta che parla di vino, ma non riesco a tacere. Porto con me le storie del mio popolo e di tanti che, come me, hanno segnato coi propri passi le terre d’Europa. Donne e uomini che, come ai protagonisti dei romanzi di Roth, “ciò che era straniero diventava di casa senza perdere il suo colore, e la patria aveva l’eterna magia dell’estero”. Donne e uomini ai quali il Novecento dei nazionalismi ha dato in dono due guerre: la prima ha tolto loro un piccolo mondo variopinto in cui vivere, la seconda in molti casi la vita stessa. Io sono qui, in un nuovo millennio, col peso del secolo come una bisaccia che mi porto sempre appresso. Guardo indietro per capire, per separare il grano dal loglio, imparando dalla storia ciò che è stato, i suoi perché. Guardo al futuro con la speranza di trovarlo accogliente, per tutti. Ma vedo il presente in cui vivo e ne ho paura.
Pochi giorni fa, ho trovato in una bottega alcune bottiglie di vino. Che vino fosse, davvero non lo so. So solo che in etichetta campeggiava Adolf Hitler, su una, Benito Mussolini, su un’altra, e poi un vasto repertorio di tutta la disgustosa simbologia dell’intolleranza, dell’odio, del disprezzo. Il vino dev’essere stato altrettanto disgustoso: ho visto quelle bottiglie e le avrei volute frantumare, come Gesù nel tempio ha distrutto i banchi dei mercanti, gridando al bottegaio che no, non c’è soldo e guadagno che valga la dignità e la sacralità della vita umana. Ma non l’ho fatto, son solo restato lì, le braccia a penzoloni e la bisaccia che sembrava pesare più di ogni altro giorno. Decine di persone vagavano per la bottega, molti non dicevano nulla, altri puntavano il dito e ridacchiavano. Qualcuno comprava quel vino, esibendosi tronfio nel trofeo della vergogna. La storia si ripete in farsa, ho pensato: i baffetti feroci dell’imbianchino austriaco apriranno le danze in un pranzo domenicale, la viril mascella accompagnerà la serata di un gruppo di amici. Non saranno degustazioni alla cieca, la bottiglia coperta: le immagini saranno esibite senza pudore, senza la paura di sentirsi imbecilli. Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!
Il vino dei Salmi che rallegra il cuore dell’uomo, quello dei Proverbi che fa dimenticare il dolore, quello del Cantico dei Cantici che è il solo paragone alla carezze della persona amata. Quel vino lo trovo ora dileggiato, usato come vettore dell’odio e non come simbolo di unione e di comprensione. Come insegnano i maestri, il vino però non è per tutti, è un bene prezioso che va curato e apprezzato: i meritevoli troveranno gioia, chi non ha meriti troverà desolazione. Ho la speranza dunque che chi berrà quel vino, dopo aver riso della propria ignoranza, resterà solo con se stesso il tempo che gli basta per vergognarsene. Passerà una notte pensierosa, e la mattina chiederà scusa per aver deriso le tragedie della storia. Se questo non avverrà, spero almeno che quel vino disgustoso gli procuri un sonoro mal di testa da iper solfitazione.