La vite oltre il Danubio

Non è facile parlare della storia della viticoltura in repubblica Ceca in maniera unitaria, poiché il territorio ceco si divide in due grandi sotto-regioni caratterizzate da storie molto diverse. È quindi necessario fare una distinzione tra la Moravia e la Boemia e considerarle come due entità distinte.

La Moravia è stata, sin dal neolitico, un crocevia dove culture e merci del bacino del Mediterraneo si incontravano e si mescolavano con quelle provenienti dai paesi Baltici, attraverso quella complessa rete di vie terrestri-fluviali meglio conosciuta come Via dell’Ambra.  Al contrario, la Boemia è una regione racchiusa da catene montuose che, pur modeste, la mantennero isolata da questi antichi traffici fino ad un’epoca più recente. Il territorio storico della Moravia è l’appendice settentrionale dell’antica Pannonia, un territorio dove le vigne selvatiche crescevano spontaneamente intorno al Danubio e ai suoi affluenti. Dunque, quando Dioniso giunse in questa zona, la vite era già di casa e i suoi frutti erano conosciuti e consumati dalle genti locali. Stiamo parlando di un periodo anteriore all’occupazione della Pannonia da parte dei Romani, i quali però, una volta insediatisi in questa zona, hanno dato il via alla viticoltura di tipo moderno.

Il boom del vino per queste regioni ha una data precisa: 281 d.C., quando l’imperatore Probo annullò l’editto di Domiziano che vietava la coltivazione della vite a nord delle Alpi. L’accorto imperatore si rese conto che il trasporto del vino dai luoghi di produzione a quelli di consumo, dove risiedeva gran parte dell’esercito, era diventato insostenibile. Da qui la scelta di spostare il baricentro di produzione del vino dall’Italia alle regioni confinanti. Un gran numero di viti furono piantate lungo i confini dell’impero, per rifornire le legioni e per integrare le popolazioni soggiogate.

Una guarnigione della “Legio Decima Gemina, Pia Fidelis” di stanza a Vindobona, costruì il suo avamposto più settentrionale proprio sotto le colline di Palava (oggi una delle zone più vocate alla coltivazione della vite) e dagli scavi archeologici sono emerse chiare tracce dello sviluppo della viticoltura, a partire dai noti falcetti (falces putatorie) indispensabili all’impianto della vite. Conosciamo anche il nome delle varietà più importanti piantate dalla legioni di Probo: Heinischen.

Nel Medioevo, finalmente, le storie della viticoltura morava e boema s‘incontrano. L’occasione, testimoniata da un documento, è quella della nascita del figlio del principe ceco Bořivoj e della principessa Ludmilla, i quali ricevettero in dono dal re della grande Moravia una botte di vino. La coppia di principi adottarono il cristianesimo e a Ludmila venne attribuito il merito della diffusione della vite nella zona di Mělník a nord di Praga. Sono gli stessi anni in cui Cirillo e Metodio diffondono il cristianesimo in questa regione e i riferimenti simbolici che continuano a emergere da questa testimonianza sono evidenti.

Il vino si trasforma da bevanda ad icona e San Venceslao, nipote di Ludmilla, studierà persino enologia per vinificare il vino da utilizzare durante i riti ecclesiastici. Venerato come santo e patrono della repubblica Ceca, San Venceslao è altresì onorato dal titolo di “Supremus Magister Vinearum” dai vignaioli cechi e ogni anno sul finire di settembre viene festeggiato nel piccolo borgo vinicolo di Mělník. Il simbolo di San Venceslao, l’aquila, campeggia nel gonfalone della città di Trento e nello stemma del Trentino: nel 1339, infatti, il re Giovanni di Boemia lo donò a Nicolò da Bruna, vescovo di Trento.

I terreni nei dintorni di Mělník e Litoměřice sono leggeri e garantiscono le condizioni ideali per la coltivazione delle varietà a bacca rossa. Ai vignaioli locali fu chiaro sin dal Medioevo e si concentrarono soprattutto sulla coltivazione del Pinot Nero, arrivato sin qui dalla Borgogna. Grazie allo sviluppo monastico grandi aree furono convertite alla coltivazione della vite, con varietà importate dalla Germania e dalla Francia, e furono assimilate anche le tecniche di coltivazione e di potatura. Una parte del vino prodotto prendeva poi la via dell’Elba verso i monasteri nel nord della Germania.

Il merito della diffusione della viticultura in Boemia va attribuito a Carlo IV di Lussemburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, il quale con un decreto del 1358 incentivò e regolamentò la coltivazione dei vigneti intorno a Praga, Kalestein e Mělník, imponendo strette restrizioni sull’importazioni di vini “stranieri” per favorire lo sviluppo della viticoltura ceca. Nello stesso periodo in Moravia suo fratello, il margravio Giovanni Enrico, faceva lo stesso, mentre i Lichtenstein, insediatisi a Valtice e Mikulov, colonizzavano le colline circostanti di vigneti.

Lo sviluppo della viticoltura ebbe una tappa d’arresto nel turbolento periodo delle guerre ussite. Molte vigne furono distrutte e decaddero i commerci. Per una nuova fioritura si dovette attendere il regno di Vladislav II Jagellone, il quale introdusse un controllo obbligatorio sulla qualità del vino. In un decreto del 1497 dove si regolava l’iscrizione di tutti i vignaioli nel registro del Borgomastro si legge: “tutti i vini serviti dopo la festa di san Havel in ogni quartiere di Praga che siano stati alterati o adulterati con zolfo o altre sostanze dannose per le persone, devono essere immediatamente distrutti”. È il primo e più antico documento di controllo sulla qualità del vino al mondo.

Questo sviluppo continuò anche sotto gli Asburgo. Sotto il regno di Rodolfo II (1547-1612) l’estensione dei vigneti raggiunse la sua massima ampiezza storica: parliamo di 18.300 ettari per la Moravia e 3.500 per la Boemia. Dallo scoppio della guerra dei Trent’anni (1616-48) la viticultura di queste regioni visse un altro lungo periodo di declino, dal quale faticò a riprendersi, anche per colpa di un mondo che stava lentamente, ma inesorabilmente cambiando. Lo sviluppo industriale indusse molti contadini ad abbandonare il lavoro agricolo orientandosi verso il lavoro di fabbrica e lo sviluppo e l’aumento del consumo di birra significarono meno interesse per il vino.

Ma il vero disastro lo causò dopo il 1860 l’epidemia di filossera, un afide arrivato accidentalmente dall’America che distrusse gran parte dei vigneti del nostro continente.  Coronarono il declino le guerre mondiali, dopodiché l’estensione dei vigneti inizio lentamente ad aumentare. Durante il socialismo la produzione si focalizzò soprattutto  sulla quantità a discapito della qualità, con un modello industriale massificato e vini molto uniformi.

Oggi la Repubblica Ceca è uno degli avamposti più settentrionali della viticoltura europea. La superficie vitata è di quasi 700 ettari in Boemia e di 17.000 in Moravia. Ma qui finisce la storia e comincia la nostra avventura, quasi pionieristica, per far conoscere i vini moravi e boemi fuori dai confini della Repubblica Ceca: vitigni che richiamano il passato di tutti i territori del vecchio impero asburgico … Franconia, Grüner Veltliner, Zweigelt, Traminer … e vitigni cosiddetti “internazionali”, ma che – come il Pinot nero- hanno una lunga tradizione anche a queste latitudini.