Le riflessioni di UDIAS sul Trentino del vino

Ho accolto con piacere l’invito di UDIAS al convegno “Antenna sul mondo del vino: quale rotta per il Trentino?”, organizzato venerdì scorso presso l’Aula Magna della Fondazione Edmund Mach di San Michele. Forse non tutti i lettori conoscono UDIAS: si tratta dell’Unione dei Diplomati dell’Istituto Agrario, che raccoglie e rappresenta le diverse generazioni di studenti che presso San Michele, nel corso del tempo, si sono formati e hanno avviato il loro percorso professionale. Dal 2012 UDIAS si è definita “Unione Alumni San Michele”, dove per “alumnus” si intende “persona che ha studiato, insegnato o operato presso una scuola, un college o un’università”, come nella tradizione anglosassone.
I soci dell’associazione cercano di dare concreta realizzazione alle parole pronunciate da Edmund Mach, primo direttore dell’Istituto: “Ogni anno nel congedare la scuola ho sempre raccomandato ai cari allievi che se ne andavano: non si dimentichino degli anni passati in quest’Istituto, vogliano sempre considerarsi come attinenti dell’Istituto e formanti parte della sua grande famiglia. Non pensate a nient’altro che non sia la vostra istruzione, diventate uomini attivi, di carattere, il resto verrà da sé”.
Venerdì scorso, si diceva, UDIAS ha organizzato un convegno davvero di grande interesse, con interlocutori importanti: non solo trentini, come Marco Stefanini, responsabile della piattaforma per il miglioramento genetico della vite della FEM, ma anche protagonisti di primo piano del mondo del vino italiano. Al microfono si sono alternati Gianluigi Biestro, direttore della più grande organizzazione cooperativa piemontese; Paolo Castelletti, segretario generale dell’Unione Italiana Vini; Giulio Somma, consulente di marketing e comunicazione. Ma un intervento su tutti mi ha particolarmente colpito e ha sollecitato l’interesse del pubblico: si tratta del lungo discorso di Maurizio Zanella, solandro di origine ma meglio noto come patron di Cà del Bosco e presidente del Consorzio Franciacorta. In mezzoretta, con un’oratoria affilata e un canovaccio ben congegnato, raccontando l’esperienza della sua terra ha di fatto messo in luce tutti i problemi della nostra. Come un novello Tommaso Moro, ha descritto un’Utopia: non nel senso di astrazione irrealizzabile, ma nel suo più positivo significato di specchio rovesciato, dove l’Utopia diventa l’artificio retorico per una critica all’esistente ed un impulso al miglioramento e al rinnovamento. L’Utopia franciacortina quindi come impulso al Trentino vitivinicolo a fare meglio, da sé e per sé, non come autoesaltazione apologetica del modello lombardo. Questa, a mio modesto parere, la ragione dell’attenzione del pubblico. “Non voglio dare consigli ad un territorio così importante, con enormi potenzialità, a mio avviso ancora inespresse”, così l’esordio. “Il nostro Consorzio nasce come comunità di intenti e di visione, in un contesto sociale ed economico unico e irriproducibile. A fondamento di tutto, un territorio e la sua denominazione, senza orpelli, perché all’esterno deve uscire solo il nome della nostra terra. I marchi aziendali si innestano su questo fondamento: i singoli devono cedere alla denominazione una parte del proprio ego”. Parole che sembrano retoriche, così riportate, ma che hanno lasciato tutti i presenti in una condizione di sospesa irrequietezza, come se oggi sapessimo solo dire, di noi e del nostro Trentino, “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.