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Lo strano effetto che il vino ha sugli increduli

Correva l’anno 2005, e un giovane “imperiale” aveva ancora il tempo e la voglia di scrivere racconti. Alcuni finivano anche per piacere, e non solo per piacergli. Questo, in particolare, fu apprezzato dalla giuria di “Bere il territorio”, concorso per racconti inediti organizzato da GoWine e CERVIM ad Alba, in Piemonte. Si parlava di viticoltura eroica, di terrazzamenti e muretti … quasi ad anticipare, in modo leggero, uno dei temi che la nostra associazione ora ha messo al centro del suo impegno. Prendetelo per quello che è: un simpatico omaggio al mondo contadino e alla sua quotidiana fatica.

……………

- E’ una follia, papà.
Lo guardavo impietrito mentre caricava sul cassone del furgone gli assali e la sacca degli attrezzi. Immobile come quando da piccolo vedevo lo zio uccidere i conigli con una bastonata sul collo, tenendoli per le orecchie. In quel caso anche papà rimaneva impietrito. Ora invece andava avanti come un trattore, non sentiva nulla se non il rumore metallico degli assali sul cassone.
-Aiuteme enveze de star lì a vardarme, bocia!
A diciotto anni me lo meritavo ancora, ma non avevo nessuna intenzione di farlo: non sarei salito sulla barca che affonda, l’ennesimo progetto folle di papà se lo sarebbe gestito lui. Nessuna responsabilità, in un disastro annunciato. Rientrai a casa in silenzio, passando sotto le forche caudine dello sguardo della mamma: quegli occhi mi stavano gettando addosso tonnellate di vergogne e pentimenti . Dalla cucina il profumo fragrante della torta onta mi sciolse i sensi, e il piano della mamma funzionò alla perfezione. Cestino alla mano uscii e sprofondai nel sedile posteriore del Fiorino: davanti, le bottiglie.
Mi sentivo un piccolo John Fante, catturato dal cibo e dai sensi di colpa e coinvolto mio malgrado in una folle avventura contro il cinismo della natura e del tempo.
Una sola fermata, dal nonno a recuperare l’ultimo tassello del demonico puzzle di papà: un vecchio motore a scoppio, ottenuto dall’autopsia di chissà quale arnese.
La famiglia di papà è sempre stata una fucina di scoperte tecnologiche, una sorta di laboratorio vivente per i progressi della meccanica: ricordo ancora con entusiasmo quando il “progetto piccione” affiancò la forza bruta dei giovani di famiglia nella triturazione del maiale. Un motore di lavatrice serve al più a piegare le resistenze del filetto più tenero, ma l’effetto placebo della tecnica riversava in noi nuove energie e ogni anno che passava ci sembrava che il porco si ammorbidisse sempre di più.
Il motore a scoppio non sfoggiava una forma impeccabile: la ruggine se l’era divorato nella maggior parte della superficie, e i ragni sembravano apprezzare molto la solidità dei pistoni. Papà era eccitato. Non lo dava a vedere, certo, ma le rughe ai margini degli occhi erano un segnale inequivocabile.
Il nonno ci invitò in cantina. Gli inviti del nonno in realtà assomigliavano a dei vicoli ciechi, lo sapevamo e ci avviammo di buon grado nei sotterranei umidi della reggia di famiglia. La cantina del nonno era diversa da tutte le altre cantine che avevo visitato nella mia brevissima permanenza su questa terra: innanzitutto, non c’erano calendari porno. In secondo luogo, l’acciaio era assolutamente bandito. Piuttosto di mettere del vino in una botte d’acciaio, il nonno lo usava per concimare il cortile. Solo legno, e vetro per i bicchieri. Alla mia età mi era permesso di assaggiare il frutto della terra. Io fumavo già da qualche anno, nell’indignazione del parentado, e quando bevevo la voglia si accendeva come un lampo nei cieli estivi. Ma non potevo soddisfare le mie passioni, mi avrebbero crocifisso all’istante tra due tabagisti pentiti. Talebani della nicotina, profeti del vino, i miei parenti.
Ripartimmo con due ore di ritardo sulla tabella di marcia e due otri in meno nelle segrete del nonno. Papà era felice, lo sembrava davvero.
Arrivammo al campo che mancava poco a mezzogiorno: in Trentino le campane battono ogni quarto d’ora, è impossibile sbagliarsi. Soprattutto la notte.
-Se ne metem soto, per stasera finim.
Non ero mai riuscito ad interpretare l’inguaribile ottimismo di papà: era evidente che serviva a tranquillizzarmi sulla durata di un lavoro, ma in un certo qual senso suonava spesso come una sorta di rito propiziatorio. Le speranze, inevitabilmente disattese, lo rinfrancavano e mi rasseneravano le prospettive. Il lavoro cominciava, almeno.
Il campo di papà era il paradigma della vita. Era il posto più soleggiato della valle, non c’era ombra di dubbio: il sole saliva la mattina presto, e lo vedevi morire la sera, di morte naturale. Uno scherzo del destino, tutte quelle montagne, e ce ne fosse una che impedisse al sole di glorificare le vigne. Ma le montagne, appunto, erano ovunque. Sotto il campo ce n’era una, o meglio, il campo era su una montagna. Da piccolo riuscivo a malapena a camminare sul pezzo di strada che costeggiava gli scaloni dei filari. Gli scaloni, a sei anni, erano alti come me. A sette cominciavo a vedere le scarpe di chi vendemmiava nella terrazza sopra. A otto trascinavo le casse su è giù per le bine, o almeno così credevo. Quelle pendenze mi terrorizzavano. Era un sollievo immenso tornare in valle, ad aiutare il nonno o lo zio. La valle, che fantastica invenzione.
Papà aveva cominciato a scaricare i pezzi dal furgone, sistemandoli con cura in cima alla salita: l’enorme cinghia di trasmissione che aveva rubato in fabbrica sembrava un grosso pitone arrotolato, e le catene i rimasugli del suo ultimo pasto. Ero certo che sapesse cosa fare, ma non ero altrettanto sicuro che volesse fare una cosa intelligente.
Si fermò per qualche istante, fissando attentamente un punto nel vuoto, un punto inesistente ma, a quanto pareva, decisamente interessante: non mosse lo sguardo fino a che, girandosi verso di me, insultò il destino, cinico e baro, per la memoria che gli aveva concesso. Si era scordato la miscela per il motore a scoppio, e ora “come fago a vardar se ‘l funziona!”. Non mi sembrava il problema maggiore in quel momento, tutti i pezzi della sua creazione erano ancora sparsi a fianco della strada, in attesa di essere assemblati nel tapis roulant che già vedeva trasportare, rapido e indolore, le casse d’uva su per la salita, oltre i terrazzamenti e le capacità fisiche dell’uomo. Non mi sembrava affatto un problema, la benzina: quel motore non sarebbe mai partito, sembrava urlarlo egli stesso.
Papà si rimpicciolì sul baule del furgone, riprendendo a fissare quel meraviglioso puntino inesistente, accarezzando i fiaschi sedutigli affianco. Ne prese uno e tracannò quel poco che bastò per far svanire il puntino nel nulla da cui era comparso: si strofinò le mani sulle gambe, sorrise, e si alzò. Pensai con sollievo che stessimo per tornare a casa, abbandonando quel folle progetto e concedendogli il riposo che si meritano le grandi idee: mi vedevo giacere insieme la pace, l’uguaglianza, il tapis roulant di papà e il comunismo, nel paradiso dei pensieri arditi.
Ma papà non era dello stesso avviso, d’altronde “la broda podem portarla ben su doman, entant el montem. Tanto el motor el funziona!”. Sicuro.

Il nonno si è impossessato del comando con la foga di un ragazzino: si è fatto portare la sua sedia, e dalla stradina aziona la leva urlando improperi indicibili ai vendemmiatori, colpevoli a suo dire di battere la fiacca. Era qualche anno che il nonno non veniva in vendemmia, da quando si era reso conto di risultare più un intralcio che altro. Si inventava una scusa, bestemmiava contro i figli e malediceva persino la vigna. Ora sembra rinato, con quella leva in mano. “Avanti Savoia”, e il fracasso del motore su di giri sovrasta le successive bestemmie.
Papà lo guarda felice, anche se gli brucia non poter manovrare l’attrezzo: continua su è giù con la carriola a portare le casse piene in cima al campo, tutti i muscoli tesi nello sforzo e la faccia paonazza. Per sveltire il lavoro, dice lui. Si vede che vorrebbe soltanto sedersi al posto di guida. “Avanti Savoia”, lui si che saprebbe farlo andare quell’arnese.