Endrizzi, una storia a geografia variabile

Masetto Endrizzi

Il giorno prima del nostro arrivo, presso le Cantine Endrizzi di San Michele all’Adige ha fatto visita il principe Leopoldo, erede di Casa d’Austria, con un corteo di auto storiche. Noi arriviamo con la panda naturalpower, e gli unici titoli che possiamo vantare sono quelli conquistati all’università: ma l’accoglienza al Masetto è ugualmente regale. E’ stato Paolo Endrici in persona, tempo fa, a sollecitare un incontro: dopo averci fatto accomodare sui divanetti del suo ufficio, ci spiega che ha letto ed apprezzato il progetto e lo stile di Imperial Wines. “E ho molte cose da raccontare, sul Trentino e l’Impero”, ci dice, accompagnato per l’occasione dalla cugina Aurora, che abbiamo già avuto modo di conoscere come voce narrante dei Vignaioli trentini.

La storia che Paolo Endrici comincia a raccontarci parte in effetti da molto lontano, quando i bisnonni, originari della val di Non, a fine Ottocento danno vita a quella che nel volgere di qualche decennio diventa la cantina più importante del Trentino, con i suoi cinquanta ettari di proprietà. E’ il sud del nord, quel Trentino, e i suoi vini sono ricercati in tutto l’Impero: le cantine Endrizzi hanno centri di vendita a Vienna, Praga, Belgrado … botticelli da cento litri partono da San Michele e raggiungono tutte le principali città imperiali. Immaginiamo potesse trattarsi di quel Tiroler Gold (oro del Tirolo) con cui era indicato il vino trentino alla corte di Vienna, da cui probabilmente Tiroldigo, Tiroldegho e, oggi, Teroldego.

Non solo la storia collega il Masetto e gli Endrici con i territori europei al di là delle Alpi. Paolo ci racconta di un presente dove oltre l’ottanta per cento delle cinquecentomila bottiglie prodotte è venduto all’estero, soprattutto nei paesi di lingua tedesca. “Non ho mai pensato a Salorno come ad una diga, ma come ad un ponte”: un ponte verso mercati dove il vino del Trentino, ormai da tempo il nord del sud, può godere ancora di ottima reputazione. “Ma non è facile raccontare il Trentino: il concetto Trentino all’estero è ben al di sotto del suo reale potenziale. Il vino trentino venduto alla LIDL a un euro e mezzo, non fa bene al nostro territorio”. Le cantine Endrizzi hanno una fama solida all’estero, che supera probabilmente la stessa caratterizzazione territoriale, e questo a parer nostro è un grandissimo peccato, una delle tante occasioni mancate: perché il Tiroler Gold degli Endrici è davvero un gran bel biglietto da visita, per questo Trentino in cerca d’autore e per questa piana rotaliana che rischia di fossilizzarsi sulle abusate parole di Cesare Battisti (“il più bel giardino vitato d’Europa”), ormai trito e ritrito slogan da depliant. Non a caso, “noi abbiamo preferito attingere all’Italienische Reise di Goethe, per raccontare questa terra”, ci spiega il padrone di casa. Attenzione verso i mercati del nord, certamente: ma non si stenta a leggere, dietro questa cura anche nell’uso delle parole, una non comune tensione verso la qualità, che qui si coniuga con numeri considerevoli. Equilibrio raro.

Grappolo di Teroldego in perfetta forma

“Noi vogliamo fare vini buoni e puliti, a prezzi non schizzati”, ci dice Paolo con schiettezza. Ed è proprio questo timbro che traspare da tutta la visita. Già in campagna, dove si pratica un sistema di agricoltura integrata e sostenibile sui diciassette ettari di proprietà, ma che vale anche per tutti i conferitori. “Questi rappresentano i due terzi della produzione totale: è chiaro che chiediamo loro gli stessi criteri di qualità che imponiamo a noi stessi”. E poi in cantina, dove impressiona il livello di tecnologia messo a servizio della vinificazione. “Tecnologia non per sofisticare il vino, ma per poter lavorare nelle condizioni migliori e ridurre al minimo i residui. A partire dai solfiti, che riusciamo a tenere a livelli molto bassi proprio grazie a metodi di produzione avanzati”. Un approccio molto laico al vino, che emerge anche passeggiando per la barricaia, dove quattrocento botti francesi vengono utilizzate “non per trasformare il vino, ma per farlo maturare: nel nostro vino si devono sentire i fiori del Trentino, non i boschi di Francia”, scherza Paolo Endrici prima di salutarci e di lasciarci in compagnia di Aurora.

Chiudiamo la visita al primo piano di casa Endrici, in una sala dove si respira davvero un’aria di intimità domestica. Mobili d’epoca e un grande tavolo al centro, non c’è lusso sfrontato ma una sobria eleganza e cura dei dettagli. E’ qui che incontriamo Vito Piffer, dal 2005 enologo delle Cantine Endrizzi. In un’atmosfera che, bicchiere dopo bicchiere, si fa davvero leggera, conosciamo la storia, il carattere e le passioni di questo anomalo figlio del Trentino: cembrano di nascita e di formazione, lascia la provincia e per diversi anni gira l’Italia, dall’Emilia alle Marche. Vito è un bellissimo esempio di identità plurale e non conforme: ama la sua terra, ma ne riconosce tutti i limiti; conosce la storia del vino trentino, ma non si cristallizza su tradizioni che sono spesso il miglior alibi per l’immobilismo; sa che il suo mercato di riferimento chiede alcune cose, ma non si nega il gusto di dare ai suoi vini un pezzo di sé.

Vito ama i gusti pieni e morbidi: “vado matto per gli chardonnay del centro e sud Italia”, ci dice con il sole negli occhi. E’ così strano sentire queste parole sulla bocca di un trentino: e, al di là dei gusti personali, non si può non restare affascinati dal calore sincero che esprime questo cembrano sui generis. Pensando al sodalizio con Paolo Endrici, non possiamo non pensare ai personaggi della Dalia Nera di James Ellroy, quei Bleichert e Blanchard così diversi, “fuoco e ghiaccio”. Il caldo e il freddo, il sud e il nord, morbidezze e durezze. E’ nel Masetto bianco che questi opposti si fondono nel modo più mirabile: un assemblaggio di Chardonnay, Pinot bianco, Riesling e Sauvignon, 14% di “pazzesca maturità” che potrebbe stendere come un uppercut dei pugili ellroyani di cui sopra, ma che ti tiene ben saldo sulle gambe con una muscolatura salina e tonica.

C’è un po’ tutta l’azienda Endrizzi, in queste identità salde nel loro incrociarsi. Azienda del nord che guarda a sud, cantina del sud che vende a nord, perché come sempre l’identità è una questione di punti di vista. E più sono, meglio è.

Bottiglie di Masetto Nero in enoteca

P.S. Aurora ci ha offerto una degustazione davvero emozionante e ci ha accolto come signori. Siamo rimasti a lungo a chiacchierare con lei e Vito, in un viaggio nel Teroldego variamente declinato, dal base 2011 e 2008 al Superiore Riserva 2009 e 2006, dal Gran Masetto 2008 al Gran Masetto dolce 2010. Non entriamo nei dettagli tecnici della degustazione, non ci sembra il modo migliore per rendere onore all’accoglienza che ci è stata riservata. Ci limitiamo a dire che il Tiroler Gold brilla qui di una luce particolare, dalla squisita semplicità della versione base alla ricchezza elegante del Gran Masetto, troppo spesso confuso per ciò che non è. Un’ultima riga per il Gran Masetto dolce, vino ad immagine e somiglianza di Vito Piffer: sì, anche i trentini sono dolci, come può esserlo il vigoroso e all’apparenza rude Teroldego, che in questo bicchiere sconfigge il tempo e ritorna bambino.