Tra i tanti Pinot, il sottovalutato “Bianco”

Nessuno può dire di essere immune dal condizionamento degli stereotipi, delle convinzioni radicate, dei giudizi presi a prestito da terzi o da un non meglio definito senso comune. Parlando di vini è praticamente impossibile non cadere nelle banalità delle cose già dette e già sentite, ma non sempre verificate. Ad esempio, che il Pinot Bianco non permette di produrre grandi champagne, in purezza. Affermazione facilona, confortata dal fatto che di champagne 100% Pinot Blanc se ne trovano gran pochi, da queste parti. Ma grazie al cielo la vita ti sbatte sempre in faccia le occasioni per rimangiarti i pregiudizi: ieri sera questa occasione mi è finita nel bicchiere, in tutta la sua frizzante vivacità, nella forma liquida di uno Champagne Extra Brut di Piollot Pere et Fils, Pinot Blanc in purezza, direttamente dai vigneti dell’Aube, la regione più meridionale e meno nota della Champagne. Felice di essere smentito, ne ho goduto come si gode delle cose nuove e inaspettate. E come tutte le cose nuove, che conosco poco, mi lasciano una sete urgentissima di saperne di più: quindi ben volentieri ho speso un po’ di tempo nell’approfondire la natura e la storia di questa varietà, che guarda caso tra Südtirol e Trentino non è per nulla sconosciuta, tutt’altro. “Del gruppo del Pinot, il Borgogna bianco risulta il più diffuso con buoni risultati sia per la qualità sia per la quantità. In terreni umidi si manifesta delicato verso il marciume, mentre in terreni aridi va soggetto alla colatura. Desidera perciò buoni terreni”, si legge nell’Indirizzo Viticolo per la provincia di Trento del 1954, al capitolo “Varietà raccomandabili per la produzione di vini finissimi da bottiglia”. Ma la storia si è invischiata in un dreadful imbroglio, avrebbe detto John Fante. Per decenni infatti sotto il nome “Pinot bianco o Borgogna bianco” non è finita solo questa varietà, ma anche l’ormai globalissima superstar Chardonnay, oggi dominatore dei vigneti, ma al 1963 ancora sconosciuto in Italia col suo nome e fino al 1978 nemmeno iscritto al Registro nazionale. Ma per trovare i primi riferimenti in regione a questa varietà di Borgogna bisogna andare indietro nel tempo, prima di metà Ottocento: è in quegli anni infatti che si concretizza sul territorio sudtirolese l’azione riformatrice e modernizzatrice dell’Arciduca Giovanni d’Asburgo, grande appassionato ed esperto di viticoltura ed enologia, il quale – sulla falsariga di quanto fatto in Stiria meridionale – indirizzò la scelta varietale verso vitigni a bacca bianca, di origine francese e tedesca (traggo queste notizie dal saggio del dr. Helmuth Scartezzini, grazie alla traduzione dell’amico vignaiolo Armin Kobler). Anche grazie a lui, dunque, oggi possiamo apprezzare quegli straordinari Pinot Bianco sudtirolesi, che hanno nella Riserva Vorberg della Cantina Produttori di Terlano una delle espressioni più incredibili. Un vino bianco che affronta la sfida del tempo come pochi altri in Italia, grazie ad un terroir unico e a una cura encomiabile in fase di vinificazione e affinamento. Il Pinot Bianco è diffuso col nome di Weissburgunder in molte regioni mitteleuropee – soprattutto in Austria – e anche in Germania. In Francia è coltivato per produrre un vino quotidiano in Alsazia: in Italia, solo il Friuli e il Trentino possono ambire ad avvicinarsi alle vette sudtirolesi. In questa chiusura di estate, provatene qualche bicchiere: conoscerete un aspetto meno glamour, ma interessantissimo, del nostro territorio.