Redondèl e l’alchimia del teroldego

Quando si prova la confortante sensazione di essere a casa, pur trovandosi in un luogo sconosciutoci fino a qualche ora prima, il tempo passa velocemente, forse troppo, tra parole, ricordi, gesti, bicchieri e brindisi che sanciscono la nascita di una nuova amicizia. E questo è esattamente quello che ci è successo all’Azienda agricola Redondèl di Mezzolombardo, amichevolmente e professionalmente accompagnati da Paolo e Mara alla scoperta del mondo del teroldego rotaliano. Raccontare un pomeriggio presso Redondèl equivale a raccontare la storia, le passioni, le idee ed i progetti di Paolo, dei quali Mara sembra farsi interprete e custode. Ecco perché questo articolo potrebbe, o forse dovrebbe, limitarsi ad essere una lunga raccolta di citazioni, frasi dette, pensieri svelati e sogni annunciati. Riuscirebbe molto meglio a trasmettere l’identità ed i valori di queste persone che il vino lo fanno “per il fine ultimo di poterlo condividere con gli ospiti della cantina”. Bastano poche ore per avere la certezza che le note elencate sulla home page del sito dell’azienda sono realmente la manifestazione di un’idea che diventa prassi: il vino come manifestazione tangibile della storia (personificata nel ricordo sempre presente del padre e del nonno), dell’identità e dei valori (“quando sono tra le mie vigne mi sento a casa”) del territorio e dell’individuo. “La cosa più difficile”, racconta Paolo parlandoci della sua attività di vignaiolo, “è stata trovare me stesso per trasfondermi nel vino, farlo assomigliare a me, alla mia storia”.

È facile capire, date le premesse, come lo scopo del lavoro sia quello di ricercare l’equilibrio tra terreno, vite e uomo. “La pianta, di suo, non fa uva per produrre vino, e nemmeno l’uva di suo darebbe vino, bensì aceto. La vigna produce uva per riprodurre se stessa”. È l’uomo che ha il compito di educare la vite al fine di produrre vino, insegnando alla vite, pur nel rispetto degli equilibri naturali, a produrre meno e meglio. La ricerca dell’equilibrio diventa allora il tentativo soggettivo di sintetizzare nel vino la reciproca influenza che il territorio esercita sulla vite e sull’uomo. E il vino si fa descrittore del rapporto tra uomo e territorio, dell’identità territoriale intesa come il complesso sistema di regole e valori che si sedimentano nel rapporto tra l’uomo e il suo contesto. “Il mio teroldego è duro, ruvido, come il Trentino, come la roccia, come la gente di montagna, come il nostro clima, che quando è caldo è caldo e quando è freddo si gela”.

La ricerca dell’equilibrio comincia in campagna e finisce in cantina. Ogni azione è il prodromo di quella successiva ed il successo le presuppone tutte. “Il teroldego è una pianta maledetta, forte e vigorosa”. La visita all’azienda comincia in quello che dei sette appezzamenti, per un totale di circa tre ettari, è il più rappresentativo, non fosse altro che per il nome con il quale l’area era registrata già nell’estimo rurale di Mezzolombardo del 1540-42[1], Redondèl, e per il fatto che questa è tra le prime zone dove è stato piantato il teroldego. Non ci sono regole ferree in campagna, ogni vigna pretende le sue attenzioni. La ricerca dell’equilibrio parte dallo sforzo di limitare la vigoria del teroldego, attraverso un’attenta potatura e una vendemmia verde meticolosa, tanto da produrre un massimo di 110 quintali/ettaro che per il Beato(me) si riducono a 60 (laddove il disciplinare ne prevede 170 al netto di un venti percento di supero). E attraverso la creazione, in superficie, di un ricco sistema di competizione, tale da imporre alle radici di cercarsi la vita in profondità piuttosto che in superficie. Solo così il teroldego può raggiungere la completa maturazione, nonostante una stagione calda che in Trentino è molto breve. “Più si scarica la vigna e l’uva si concentra, più il vino deve avere il tempo per stabilizzarsi, affinarsi, arrotondarsi. Ecco perché il Beato rimane nelle botti in cantina per 5 anni.”

Torniamo in cantina, definitivamente ingolositi ed assetati. L’azienda agricola Redondèl nasce nel 2001, ma già il nonno ed il padre di Paolo producevano vino, rigorosamente teroldego, che poi esportavano in Austria. A testimoniarlo i fusti certificati dall’Impero trovati nel corso della ristrutturazione. L’ambiente è ordinato, semplice e compatto, ad immagine e somiglianza del produttore. “Fino al 1998 c’erano solo grandi tini di larice, rovere e castagno. Erano molto vecchi e per questo li ho sostituiti con botti d’acciaio, barrique e tonneau. Da quel giorno mio padre non è più entrato in cantina.” Anche la scelta della botte contribuisce alla ricerca dell’equilibrio, “il legno non può nascondere il sapore della terra”. In prospettiva, annuncia Paolo, verranno eliminate le barrique per fare spazio a grandi tini. E riconciliarsi con il passato (aggiungiamo noi). Tutto è volto alla ricerca della semplicità, della spontaneità e della naturalezza, “perché il vino deve essere sincero”.

La degustazione non tradisce le attese. Cominciamo con un Assolto 2011, teroldego rotaliano rosato non filtrato. Ci sorprende il colore, bellissimo, estivo, vivo, ed il suo sapore, fresco ma carico. È un vino “che mette fame”, come ebbe a dire una giovane visitatrice assaggiandolo. “Il vino deve farsi capire e va bevuto anche con la pancia, non solo con la testa.” Il teroldego rosato era il vino che il nonno di Paolo esportava in Austria e da lì nelle altre regioni dell’impero. “Cosa ti fa venire in mente questo vino, quali ricordi, quale luogo?” Risposta immediata la mia: “la caneva”. “Perché?” “Perché è un luogo votato alla semplicità, alla naturalità, al contenuto più che alla forma, all’amicizia”. Paolo sorride, ho risposto correttamente. Passiamo ad un Dannato 2007, i colori si fanno intensi ed i profumi si amplificano raffinandosi. Il Dannato sta fino a venti giorni sulle bucce, un anno in acciaio, un anno e mezzo in botti di rovere e castagno, per poi raffinarsi un altro anno in bottiglia. I profumi freschi e vivaci lasciano spazio a sapori e colori caldi, ma nel Dannato sono tangibili i segni dell’Assolto, a testimoniare una continuità senza soluzione. Il Beato(me) 2006 è la conclusione di un percorso, la naturale conseguenza di una storia, del lavoro in campagna, del modo di essere di chi lo produce, trentino solo apparentemente schivo e rude, in realtà persona profonda e complessa. I cinque anni di legno ne permettono la completa maturazione, il raggiungimento di quell’agognato equilibrio. L’amore è immediato, il colore intenso, le note smarcate e distinguibili. L’emozione lunghissima.

“Adesso i miei vini cominciano a piacermi, ma ho ancora molto da fare. Mi piacciono sempre più le cose semplici, immediate.” Anche a noi. Rimarremo sicuramente buoni amici.



[1]   L’appezzamento era citato nell’Estimo rurale di Mezzolombardo del 1540-42 come “superficie estimata in pertiche vecchie per colture e toponimo” (fonte di rif. M. Stenico e M. Welber, Mezzolombardo nel Campo rotaliano: contributi e documenti per la storia antica del Teroldego, ed. 2004).