VarietĂ  di viti resistenti. Una lunga storia di ricerca

La viticoltura in Europa occupa circa il 3% della superficie agricola totale, ma è responsabile dell’utilizzo del 65% dei fungicidi. Un dato rilevante, che ci impone di guardare con occhi aperti e disincantati al mondo della vite e del vino, per me ancora così affascinante e pieno di significati da scoprire. La settimana scorsa ho parlato di “sostenibilità”, intesa come un processo che sa rispondere ai bisogni di questa generazione senza compromettere la capacità di soddisfare i bisogni delle generazioni future. E’ dunque sostenibile una viticoltura così pesantemente condizionata dall’utilizzo di prodotti chimici? Ed è sostenibile una viticoltura i cui costi di produzione, soprattutto nelle aree di versante (grandi pendenze, terrazzamenti ..), aumentano in maniera inversamente proporzionale al reddito, prospettando il rischio concreto dell’abbandono? La risposta è negativa. Le soluzioni sono molte, tutte interessanti: oggi, come promesso, provo a fare un quadro sintetico della ricerca nel campo dei vitigni cosiddetti “resistenti”.

Il lavoro di selezione di varietà resistenti ai patogeni fungini (oidio e peronospora) comincia praticamente con l’arrivo di questi parassiti dall’America, nella seconda metà dell’Ottocento, quando ci si rende conto che la vite europea è estremamente sensibile al loro attacco: inizia così, con i primi incroci tra Vitis vinifera e altre specie di vite americana o asiatica, una ricerca tesa alla selezione di ibridi resistenti. Nella prima fase di questa storia sono stati selezionati vitigni che mostravano sì tolleranza ai patogeni, ma non certo grande qualità nel prodotto finale, con vini dalle caratteristiche ben distanti da quelle richieste dal gusto europeo. Oggi siamo anni luce da quelle prime generazioni, ancora pionieristiche: il genoma delle nuove varietà, dopo decenni di selezione e reincroci, è a tutti gli effetti quello della Vitis vinifera, ragione per cui non è nemmeno più corretto parlare di ibridi.

Non è stata una storia lineare ed omogenea: alcune nazioni, Germania e Svizzera su tutte, hanno rappresentato per decenni delle vere avanguardie nella ricerca e sperimentazione, selezionando moltissimi vitigni resistenti e riconoscendoli idonei alla produzione di vino. In Svizzera, ad esempio, l’ultimo arrivato è il Divico, una varietà a bacca nera che ha mostrato ottima tolleranza non solo a oidio e peronospora, ma anche alla botrite: qualità non irrilevante, se si tiene conto che nel Canton Ticino si arriva spesso a 2.000 millimetri di pioggia all’anno. Ma l’Italia sta recuperando terreno, grazie soprattutto al lavoro di alcuni centri molto avanzati: la nostra Fondazione Mach, per fare un primo esempio, o l’Istituto di Genomica applicata dell’Università di Udine. Ma anche il Centro di Sperimentazione Agraria di Laimburg si è posto da molti anni l’obiettivo di valutare i vitigni resistenti e la possibilità della loro coltivazione sul territorio sudtirolese.

Dall’ottobre scorso Solaris, Helios, Johanniter, Cabernet Cortis, Cabernet Carbon e Prior sono stati inseriti nel Registro nazionale delle varietà di viti da vino. Si tratta di vitigni selezionati negli anni dall’Istituto Viticolo Statale di Friburgo, e coltivate con successo in Austria, Germania e Svizzera, pur in presenza di legislazioni molto diverse: assieme ai già autorizzati Bronner e Regent, sono ora utilizzabili anche dai viticoltori trentini e sudtirolesi. Non mi resta che assaggiarli e raccontarveli!