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Villa Russiz: dal passato di un’Europa aperta, una bella storia

Più mi addentro nel mondo del vino, più capisco quanto è grande e variegato. Pensi di conoscerlo a fondo, ma in un attimo scopri che sei solo all’inizio del viaggio. Ascolti una storia interessante e questa ti apre un’infinità di collegamenti ancora più intriganti. Dei tanti racconti che intercetto nel mio continuo andirivieni, mi restano più impressi quelli dove le storie si incrociano in modo bizzarro, mai scontato, dove ad ogni passo ti si propongono biforcazioni inaspettate. E inaspettato è stato l’incontro con una realtà del vino un po’ distante dalla nostra regione, ma forse nemmeno troppo: Villa Russiz, in Friuli, nel comune di Capriva, fino alla Grande Guerra parte dell’asburgica Principesca Contea di Gorizia e Gradisca. Una storia europea, quella della Villa, di un’Europa cosmopolita e aperta, distrutta dagli “illogici capricci della storia” e ora faticosamente da ricostruire. La storia comincia con la famiglia Ritter, originaria di Francoforte, da inizio Ottocento stanziata in Friuli: famiglia ricca, protestante di religione e industriale di vocazione, diventa in breve tempo una delle più importanti famiglie della zona. Due particolari inclinazioni della famiglia sono quelle che mi interessano, in questa storia: quella benefica, incarnata da Elvine Ritter von Zahony, che nel 1894 fonda a Russiz un istituto scolastico a favore di bambini indigenti, e quella agricola, che fa sì che la stessa Elvine sposi nel 1868 Theodor Karl Leopold Anton de la Tour en Voivrè, esponente di una nobile famiglia cattolica francese. Non sono due questioni banali, e nemmeno puramente aneddotiche. E’ proprio Theodor, infatti, che – intuendo la vocazione di Russiz per la coltivazione della vite – importa in quei territori il Merlot, i Cabernet, il Sauvignon, i Pinot, nonché i moderni sistemi di allevamento della vite. Comincia anche da lì, con quell’intuizione e quella coincidenza, la storia delle varietà francesi nel nordest italiano: varietà, oggi, considerate parte integrante della piattaforma ampelografica di questi territori. Anche in Trentino e in Südtirol, dove hanno trovato un ambiente molto adatto, uno dei più vocati in Italia per questi vitigni. E pensare che, si dice, per portare le barbatelle dalla Francia il buon Theodor le dovesse nascondere nei grandi mazzi di fiori che recava in dono alla moglie.
Villa Russiz, dopo la guerra, diventa un orfanotrofio, e lentamente viene ricostruita l’azienda agricola, devastata dal conflitto. Queste due “anime” convivono per tutto il secolo, fino ad oggi: dal 2009 è una Fondazione, ente senza scopo di lucro con un Consiglio di Amministrazione nominato dalla Regione e da altri enti territoriali. Gestisce ben cinquanta ettari di vigneto, nonché un Centro Educativo per la tutela dell’infanzia: il ricavato della produzione vitivinicola è destinato a coprire i costi della Casa Famiglia, che ospita minori provenienti da contesti sociali e familiari difficili.
Mi è piaciuta questa storia, per questo ho voluto raccontarla. Ma non finisce di interessarmi: ho scoperto, approfondendo, che uno dei due enologi di Villa Russiz è altoatesino, si chiama Marco Chistè e si è fatto le ossa alla Tramin. Che altro dire? Il Friulano di questa originale realtà è diventato il vino bianco ufficiale dell’Hermitage di San Pietroburgo, grazie a un protocollo quinquennale che prevede sinergie tra Italia e Russia in campo storico, artistico e paesaggistico sul tema del vino. Bravi, inutile aggiungere altro!