Cenere lavica e muretti: la magia di Lanzarote

Sette giorni di pioggia all’anno e incrociarne due in una vacanza di una settimana. Chi si diletta in calcoli statistici mi faccia sapere il livello della mia sfortuna. “Non è d’uso a Lanzarote togliere i santi dalla pace delle chiese per portarli a spasso in processione per strade e vie, per vedere se, con la discreta assistenza del cielo, saranno capaci di compiere il miracolo che con un tetto sopra la testa non hanno ottenuto: far piovere”. Ad un miracolo, addirittura, paragona la pioggia su quest’isola José Saramago, che qui si trasferì per trascorrere la vecchiaia. Lo stesso Saramago che, con onestà intellettuale fuor dal comune, appuntò nei suoi quaderni: “Mi sono svegliato pensando: se oggi non accadrà niente di particolare, come potrò scrivere per il Nouvel Observateur qualcosa che valga la pena?”. Grazie a questa pioggia miracolosa e alla mia accidentale presenza a Lanzarote, dunque, i lettori di questa piccola rubrica avranno il loro pane settimanale: qualcosa “che valga la pena” c’è, in forma liquida dal cielo! Faccio una premessa, perchè rischio di dare troppi dettagli per scontati: Lanzarote è un’isola delle Canarie, regione spagnola ma a latitudini sahariane in ragione delle consuete vicende storiche che han visto protagoniste le insaziabili nazioni europee in età moderna. Una piccola terra vulcanica a un tiro di schioppo dalle coste marocchine, con un clima e una morfologia che la fanno unica al mondo. Sembra la luna, ma quando questa sarà colonizzata e la working class inglese e tedesca andrà a trascorrervi le vacanze: alle distese di pietre e polvere lavica si intervallano i centri balneari che contengono ogni anno suppergiù due milioni di turisti. Nonostante tutto, anche questi grossi alveari non disturbano eccessivamente: tanti, direi troppi edifici, ma quasi tutti piccoli, bianchi e con porte e finestre blu. Una sensibilità paesaggistica non comune, qua dove chiudendo gli occhi non si fatica ad immaginare una skyline di grattacieli sul lungomare. Un contributo fondamentale a risolvere il difficilissimo rapporto tra sviluppo economico e tutela del territorio lo ha dato l’artista e architetto César Manrique, nato a Lanzarote e tornato a vivere qui in tempo per lasciare il segno su di un’isola che interpretò (e gli permisero di interpretare) come una grande tela. “Viviamo su questo pianeta un lasso di tempo così breve, che tutti i nostri passi dovrebbero dirigersi alla costruzione dello spazio sognato dell’utopia. Costruiamolo insieme: è l’unico modo di renderlo possibile”. Utopico sembra anche il solo pensare di produrre vino, qui dove le precipitazioni annue a stento superano i 100 mm, dove il sole batte incessantemente e con una terra arida spazzata dal vento. Eppure, concretizzando e anticipando le speranza di Manrique, gli abitanti di quest’isola hanno capito che l’utopia era realizzabile, e l’hanno realizzata, strappando duemila ettari di vigneto da una terra al limite del possibile. I vigneti della zona di La Geria sono lavagne nere costellate di crateri: dentro questi giacciono le vigne, sette/ottocento ceppi per ettaro, dieci quintali la resa, piante ad alberello circondate ognuna da un muretto a secco semicircolare di pietra lavica, lo zoco, con le radici che affondano in strati di argilla ricoperti dal picon, la cenere vulcanica che trattiene e regola quel poco di umidità concessa dalla provvidenza. Pietre, muretti e tanta fatica: come nelle nostre terre, ingredienti che i viñador usano per produrre il loro vino e coltivare paesaggi irripetibili.