Vino, scienza e innovazione. Una sfida per la sostenibilitĂ 

Il Muse, bisogna ammetterlo, è uno dei grandi protagonisti della storia recente del Trentino: dall’inaugurazione ad oggi la sua presenza ha condizionato in modo evidente la città di Trento, dapprima con la sua esplosiva capacità di attrarre turisti, poi per la continua produzione di eventi culturali ed attività di ampio interesse. Al di là di tutto, è bello vedere una città animata e vivace: speriamo che questo clima frizzante resista nel tempo, perché questo piccolo borgo alpino ha bisogno come l’aria di enzimi culturali che lo rendano aperto al mondo, capace di intercettare positivamente i grandi flussi della globalizzazione, senza doverli subire passivamente.
Sono andato di buon grado al Muse, quindi, ad assistere ad uno di quei momenti divulgativi dove temi scientifici complessi vengono proposti al pubblico in modo semplice e informale. Si trattava di un incontro dal titolo “Vino, salute, sostenibilità: un trinomio possibile”, con la presenza di David Tombolato, amico sommelier e appassionato “mediatore culturale” del Muse, e di Marco Stefanini, responsabile per la Fondazione Edmund Mach della piattaforma di miglioramento genetico della vite. Sotto i riflettori, dunque, quell’ampio spazio di interazione tra il mondo del vino e la ricerca scientifica, con l’obiettivo di analizzare i possibili miglioramenti del settore vitivinicolo verso un futuro più sostenibile. Marco Stefanini ha raccontato il lavoro del suo team di ricerca, impegnato a selezionare nuove varietà di vite più tolleranti alle principali malattie (oidio e peronospora su tutte) ma al contempo in grado di soddisfare esigenze qualitative. L’obiettivo, appunto, è sviluppare processi agricoli sostenibili, dove per processo sostenibile si intende quello che “sa integrare le considerazioni di carattere ambientale, economico e sociale … soddisfacendo i bisogni della generazione attuale senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri”. E’ un tema caldissimo, questo, perché chiama in causa fattori che interagiscono in modo complesso: riduzione dell’impatto ambientale e produttività, qualità di prodotto ed efficienza di processo. La sostenibilità, quindi, è un concetto ampio, che impone di ragionare su livelli diversi per dare risposte ad esigenze molto articolate: ridurre l’utilizzo della chimica nei campi, dunque, ma anche garantire ai contadini un reddito sufficiente per fare sì che non abbandonino la loro attività. Mi sono permesso anch’io un piccolo intervento, in quell’occasione, sottolineando proprio come uno degli elementi da non sottovalutare, nel costruire processi sostenibili, sia proprio la questione della conservazione dei territori agricoli cosiddetti marginali, quelli a rischio abbandono. Riuscire a mantenere la viticoltura anche in aree periferiche e svantaggiate garantisce infatti due enormi positività: la manutenzione del territorio, per arginare il dissesto idrogeologico (e basta guardare alle cronache recenti per capire quanto sia una questione di assoluta urgenza) e la conservazione del paesaggio rurale, elemento essenziale del modello di sviluppo dei territori montani. Ragionando senza pregiudizi, ho iniziato a capire quindi le potenzialità della ricerca e dell’innovazione: perché la viticoltura possa continuare a rimanere davvero un presidio degli equilibri delle nostre terre alte, così fragili e delicate. Venerdì prossimo, un approfondimento sul Solaris e i suoi fratelli.