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Il vino del Chiese, tra passato e speranze

Vigneti in Valle del ChieseLa valorizzazione dell’identità culturale ed economica di molti territori alpini non può essere distinta dall’analisi storica e sociologica dei fattori trasformativi dell’attività agricola, a partire dall’abbandono della coltivazione della vite. Ma c’è anche chi, come i soci dell’associazione Culturnova, nata pochi anni fa in Valle del Chiese, agli studi e alle analisi ha fatto seguire azioni concrete di messa a dimora e coltivazione di viti là dove la vite una volta c’era e poi, causa le due guerre mondiali e il cambio nei rapporti di produzione del secondo dopoguerra, è progressivamente sparita. Ed è proprio questo il motivo che ci ha spinti fino a Condino ad incontrare l’associazione, per toccare con mano i primi risultati della sperimentazione avviata.

La Valle del Chiese, ci dice Nello Lolli, ex sindaco di Praso e presidente di Culturnova, era indicata dal Catasto storico austroungarico come zona vitivinicola e, a dimostrazione di ciò, ci ricorda che fino agli anni ’50 è stato prodotto in valle il vino sufficiente a soddisfare l’intera domanda interna. Nel corso del secolo scorso alle tradizionali varietà coltivate in tutto il Trentino (Negrara, Franconia …) nella produzione vitivinicola della valle subentrarono gli ibridi produttori, Seibel e Bacò[1] su tutti. Già nell’ “Indirizzo viticolo per la Provincia di Trento” del 1954, redatto a cura del Comitato vitivinicolo provinciale della Camera di commercio, industria e agricoltura, si legge che nelle valli Giudicarie la viticoltura era “esclusivamente impostata in funzione domestica” e che la produzione, “assai modesta”, totalizzava mediamente “3285 qli in massima parte provenienti da varietà nere”. Tra la metà degli anni Sessanta ed i decenni successivi, la vite scompare quasi completamente dalla Valle del Chiese, lasciando spazio ad altre coltivazioni ma soprattutto ad altre forme di produzione. Sul finire degli anni ’80 alcune piccole aziende della zona furono coinvolte in un progetto sperimentale, rivolto a diverse aree del Trentino, sul recupero della viticoltura in aree marginali. In questo frangente fu messo a dimora soprattutto Chardonnay, ancora oggi conferito come uva per base spumante, anche grazie all’inclusione del comune di Storo nel disciplinare della DOC Trento. Ad oggi, in valle, gli ettari di terreno coltivati a vite sono appena dieci: un posto di rilievo lo merita il Kerner, coltivato su impulso della Cantina di Toblino, della quale alcuni piccoli viticoltori locali sono conferitori.

Seduti attorno ad un tavolo nella sede del BIM, ascoltiamo con interesse le memorie individuali di alcuni soci intrecciarsi alla memoria collettiva di una valle che nel corso degli anni ha conosciuto i dolori e le sofferenze di due conflitti mondiali, la povertà tipica delle aree periferiche di montagna, la dismissione delle attività produttive tradizionali ed infine la rinascita economica e sociale. Al cuore del progetto di Culturnova, lo si percepisce chiaramente, c’è la passione degli associati per il loro territorio, per la campagna e per la loro memoria: perché qui, ci ricordano, “una volta era tutto coltivato a vite”.

Giorgio Butterini, presidente del BIM del Chiese – ente che grazie alla sua perimetrazione geograficamente omogenea e funzionale ha svolto negli anni un importante ruolo di regia nello sviluppo economico e culturale della valle-  ci dice che il progetto dell’associazione Culturnova “è volto al recupero delle peculiarità vitivinicole del territorio”. “Questo”, continua il presidente, “favorisce sia un recupero di identità territoriale e paesaggistica, sia una maggior capacità di presidio del territorio, ma anche, seppur in maniera limitata e ad oggi ancora potenziale, una possibilità di integrazione del reddito”.

Attorno al tavolo si sono riuniti molti soci, e quando Claudio Luchini ci dice con orgoglio che il progetto “ha innanzitutto un valore culturale di consapevolezza territoriale”, il suo sincero entusiasmo sembra voler superare di slancio il ritmo imposto dai tecnici al calendario progettuale. “Vogliamo aprire lo sguardo all’Europa”, prosegue Lucchini, “creando sinergie e confronti con altri territori che hanno intrapreso progetti come il nostro”: anche per questo motivo, ci dice, hanno visto in Imperial Wines un interlocutore importante.

I soci di Culturnova in questo progetto di recupero ci credono ciecamente, non come esercizio folklorico, ma come azione concreta di recupero della memoria collettiva e come reale attività economica, volta alla coltivazione della vite in funzione della produzione di un vino che possa essere riconosciuto come il vino della Valle del Chiese. “Perché grazie a questo progetto”, ci dice Gianfranco Sai, “oltre alla farina di Storo ci potrà essere anche il vino tra le tipicità della nostra Valle”.

Grazie alla spiegazione tecnica del dott. Marco Stefanini della Fondazione Mach, ci addentriamo nel progetto, avviato nel 2009. Esclusa la reintroduzione del “Bicò” (nome utilizzato in valle per definire l’ibrido Bacò), difficile da commercializzare a causa di una normativa molto rigida e di una qualità di prodotto non in linea con gli standard richiesti dai consumatori, la prima parte del progetto è stata dedicata alla valutazione delle potenzialità agrarie del territorio della Valle del Chiese. Tale attività ha portato all’individuazione di 850 ettari di territorio posto ad una quota inferiore agli 800 metri s.l.m., esposto a sud e con una pendenza inferiore al 35%, tale insomma da essere coltivabile con buoni risultati. A questa fase è seguita la selezione dei territori da includere nella sperimentazione e l’individuazione dei soci disponibili a concedere gratuitamente il proprio terreno e la propria manodopera. È seguito l’impianto, su ciascun appezzamento, di dieci varietà, cinque a bacca bianca e cinque a bacca nera, frutto delle ricerche condotte da San Michele sul miglioramento genetico di varietà trentine e non (Moscato ottonel x Malvasia bianca di Candia; Lagrein x Teroldego). Stefanini ci racconta un aneddoto, ricorrente nella storia della sperimentazione viticola:  i tecnici pensavano di utilizzare pollini di Moscato rosa, ma qualcosa non è andato per il verso giusto. Niente di strano, successe qualcosa di simile anche al grande Rebo Rigotti!

Come spesso accade in natura, a ricordarci che anche le attività di laboratorio più avanzate non possono determinare unilateralmente gli eventi, la grandinata che ha interessato la zona nel corso del 2011 ha impedito una vendemmia corretta e, di conseguenza, la valutazione e la selezione delle varietà più adeguate alla coltivazione nella Valle del Chiese. Passaggio questo che sarà compiuto grazie alla vendemmia 2012, anche se non è garantita l’immediata selezione delle varietà da mettere definitivamente in produzione. Una volta fatto questo passo, la grande potenzialità delle varietà piantate sarà la loro unicità, tale da renderle denominabili e brevettabili nonché includibili in un club di prodotto unico e geograficamente distinto.

Vino Valle del ChieseAl termine del confronto sul progetto, ci sono stati offerti in degustazione due vini bianchi e un vino rosso, primo ed incoraggiante frutto della sperimentazione, prodotti in piccolissime quantità a San Michele grazie a evolute tecniche di microvinificazione: soprattutto i vini bianchi, con una gradevole ma non ingombrante componente aromatica e una freschezza che si addice ai vini di montagna, ci hanno convinto delle potenzialità di questo progetto. Usciti dalla sede del BIM, abbiamo potuto vedere dal vivo i vigneti di uno dei soci sperimentatori, nei pressi di Condino. Come spesso accade è stato il pranzo, tra polenta carbonera, spressa e vini cechi (nostro omaggio “imperiale”), ad eliminare gli ultimi imbarazzi e l’aria didattico- tecnica che le presentazioni della mattina avevano imposto, lasciando spazio alle speranze e alle passioni, alle idee e ai progetti futuri. È qui che abbiamo definitivamente capito che il vero motore del progetto è il sogno di un gruppo di amici di ricreare il territorio ed il paesaggio della loro giovinezza, dove la vite era un elemento imprescindibile ed il vino da questa prodotto un alimento sempre presente sulle tavole locali. Ma la vite ed il vino della Val del Chiese, per gli amici di Culturnova, sono anche l’occasione per creare un’unicità in grado di distinguere il loro territorio e di inserirlo in più lunghe reti, anche in funzione turistica.

La nostra visita si conclude a Forte Corno, costruito tra il 1890 ed il 1892 dall’Impero austro-ungarico al fine di difendere il confine col Regno d’Italia, tra qualche barzelletta e l’imprescindibile descrizione della ricetta del capuss, ma soprattutto con la convinzione di aver trovato negli amici dell’associazione Culturnova molte delle qualità che vorremmo sempre vedere nel mondo del vino trentino, cominciando dalla valorizzazione della memoria storica per arrivare fino all’amore appassionato e non monetizzabile per il territorio e le sue specificità.


[1] Ibrido produttore diretto ottenuto da incrocio tra Vitis vinifera e Vitis riparia, nei laboratori sperimentali di Montepellier: dava vini leggeri, dolciastri e di scarsa longevità.

 

Articolo pubblicato su Il Trentino.

Articolo pubblicato su VitaTrentina