Un altro passo verso Itaca

Il trenta dicembre a Farra d’Isonzo, incontrando i Bressan.

Per la prima volta non ho preso appunti durante una visita in cantina, ma conversare con Fulvio Bressan con un bloc notes in mano sarebbe stata davvero una cosa poco sensata: molto meglio lasciarsi andare nel dialogo, seguendo il flusso solo apparentemente disordinato degli argomenti che si sono incrociati e sovrapposti e che cerco oggi – a pochi giorni di distanza – di rielaborare e mettere per iscritto.

Ero arrivato a Farra d’Isonzo con l’idea di restarci appena un’ora, per prendere qualche bottiglia per una futura degustazione di Imperial Wines e per ringraziare di persona Fulvio e la moglie Jelena, che per primi hanno creduto nel nostro progetto inviandoci la scheda aziendale: un gesto semplice ma che ci aveva riempito di orgoglio, tanto da farci costruire intorno a questo vignaiolo friulano un immaginario quasi mitico, alimentato dalle tante interviste e video che imperversano sulla rete. Fulvio il duro, Fulvio col fisico da lottatore di wrestling, Fulvio il dissidente radicale, anche un po’ rompicoioni, Fulvio l’antisistema, burbero e irascibile. Leggendo i reportage di blog e siti di enogiornalismo, in effetti si ha la seccante sensazione che per molti commentatori la stazza e il carattere di Fulvio Bressan prevalgano sul vino stesso, al massimo messo a confronto con quei due elementi: è difficile quindi arrivare a Farra con l’animo sgombro da idee preconfezionate e dai soliti stereotipi che ricorrono banali e sempre uguali a sé stessi, con quella retorica che non risparmia il mondo del vino.

Ma è bastato poco per rompere l’equivoco (e per capire che non mi sarei fermato solo un’ora): Fulvio Bressan è una persona che, prima di ogni altra cosa, ha una grande voglia di parlare e di ascoltare. Non so se conti la sua laurea in psicologia, ma so solo che non succede spesso di piombare una domenica pomeriggio in casa d’altri, da perfetto sconosciuto, e di andarsene molte ore dopo con la sensazione di avere appena salutato degli amici. Straordinario potere delle parole: quelle scambiate in libertà, senza un codice impostato, senza uno schema di intervista, ma solo cercando di capire e di farsi capire, usando la vigna e il vino come pretesti per parlare degli uomini, del rapporto tra loro e di quello con la terra che abitano. Non a caso, prima di parlare di vino, è Trieste a monopolizzare la conversazione: la città dove io e Martina trascorreremo l’ultimo dell’anno, la città dove Fulvio ha studiato ed esercitato per qualche tempo nei centri di salute mentale. Trieste, la città che pizzica il mare e dove tutti si tengono per mano, forse per prepararsi alla bora: Fulvio ce ne parla alla luce dei suoi ricordi (“via Cavana piena di marinai yankee e di gente di mare, prostitute e personaggi strani: una Trieste densa di umanità, che non troverete più”) e della sua esperienza attuale (“pagamento anticipato, coi triestini!”).

Si parla di Trieste e triestini, di Friuli e friulani, si parla anche del Collio e di quanto sia difficile condividere una cultura che si sviluppi saldamente sul territorio: non sono in molti a pensarla come Fulvio Bressan, non solo da queste parti, quando sostiene che non ci può essere vino senza territorio, e che chimica, eccesso di tecnologia in cantina, “colonizzazione” di certi vitigni, sono fattori che col territorio non hanno nulla a che spartire. “C’e’ un disegno preciso intorno all’impianto indiscriminato di vigneti per la doc Prosecco, un disegno che di certo non va incontro agli interessi dei contadini”, ci spiega Fulvio, a proposito di quest’ultimo fattore. E degli altri due, c’e’ ben poco da dire: “Chimica e sofisticazioni sono nemiche del vino buono: purtroppo scuole e istituti – il vostro san Michele compreso- non insegnano altro che questo, e se qualcuno vuole fare diversamente diventa subito un pazzo, uno strano …”. Salvo poi rendersi conto col tempo che alcune cose sembrano stravaganza solo perché sono in pochi a farle, mentre in realtà si tratta di incontestabili verità. E’ la semplicità che è difficile a farsi, per dirla con Brecht. “Ma poi c’e’ il rischio che diventino mode, se non supportate da convinzione e preparazione. La questione dei cosiddetti vini naturali ha in sé tutte queste contraddizioni: dobbiamo essere in grado di convincere che il vino naturale è il vero vino, il vino normale, e che quindi deve essere buono, punto e basta. Ci sono tanti, troppi produttori che si nascondono dietro un dito e vendono vini con difetti, vini imprecisi: io temo che sarà su questo che l’industria ci bastonerà. Bisogna fare gruppo, quindi,e muoversi con determinazione. Invece ci sono troppi campanilismi e interessi personali. Ascolta, io mi domando che senso abbia continuare a dire di essere i pugili più forti se poi sul ring non ci si sale mai”. Fuor di metafora, Fulvio mi sta dicendo che lui è tra quelli che al Vinitaly ci andrebbe, e non in un angolo: “Non facciamoci ghettizzare: io non voglio limitarmi a far vedere i muscoli, sono davvero sicuro che il nostro modo di fare vino sia il migliore, e lo voglio dimostrare davanti a tutti”.

Una breve passeggiata nei vigneti intorno a casa ci permette di entrare nel vivo di quella terra, rossa e pietrosa, che è il primo capitale dei Bressan: “La terra è tutto, per la vigna. E la vigna è tutto, per il vino. Il novanta per cento del lavoro si fa qui, il resto vien da sé”. Non mi vuole sciorinare tutte le pratiche, gli ettari dei suoi vigneti, la composizione del terreno: sembra piuttosto interessato a farmi capire un nucleo profondo del suo fare, quasi come un maestro socratico nel pieno sforzo maieutico. “La vigna è forte, se la si tratta come merita: non c’è bisogno di irrigare, nemmeno nelle annate più calde. Ma allo stesso tempo non si può pretendere di raggiungere un equilibrio quando si chiede alla vigna di produrre centoventi quintali a ettaro”. Quando va bene, penso io a voce alta, come ogni trentino che un po’ si vergogna dei propri disciplinari. “Infatti i disciplinari non servono più a niente, sono una presa in giro: io autodeclasso i miei vini, per contestazione. E nel disciplinare ci sto dentro dieci volte, con le rese che faccio”.

Il discorso cade sul Pinot nero, unico vino di Bressan che ho avuto fin qui il piacere di assaggiare. Un 2002, se non ricordo male, che aveva lasciato a tutti una sensazione di spaesamento, tanta la sua differenza con l’espressione più conosciuta e tradizionale. “E’ che siamo abituati, assuefatti ad un gusto elementare: io lo dico sempre ai vostri vicini sudtirolesi, che non possono fare Pinot nero, in quelle condizioni. Mica per chissà cosa: semplicemente perché non matura”. Non so se condivido pienamente, ma di certo mi fa pensare ancora adesso che ci scrivo sopra. “Anche in Borgogna non si può produrre grande vino dappertutto: solo in Cote de Nuits, nei cru più vocati. Il resto non è un grande Pinot nero, è vino da uve non mature”. In Italia? “Nei colli piacentini ho riscontrato potenzialità enormi, anche se loro non se ne rendono conto”. Ripeto, non so se Fulvio Bressan abbia ragione: sicuramente, da qualche giorno mi pongo domande che prima non immaginavo nemmeno, forse troppo saldo sulle mie certezze. “Ma le certezze son figlie dell’abitudine: ampliando l’esperienza, alcune sicurezze cedono, e ne subentrano altre”.

Arriva Nereo, il padre di Fulvio, a confermare questo gusto filosofico, nel senso più pieno: “Il Fulvio torna dalla Francia e mi dice: papà, le fecce adesso le ributtiamo dentro! Io gli faccio: tu sei pazzo! Quella roba lì, dentro? Lui mi dice di sì. Allora io prendo tutto e lo ributto dentro. Poi gli dico che, se viene uno schifo, gli spezzo la schiena”. Aveva ragione? “Aveva ragione sì. E anche sul resto aveva ragione”. “Mio papà ha dimostrato grande coraggio: non è facile cedere ai consigli, soprattutto dei figli”, e chiunque abbia riflettuto un secondo sui rapporti col proprio padre- oppure letto l’incredibile saga della famiglia Molise della “Confraternita dell’uva”, capolavoro di John Fante- sa quanto è profondamente vera questa semplice constatazione. Nereo raccoglie un sasso e mi racconta di quando ebbe un diverbio col professor Scienza sull’inerbimento. “Lei crede che qui serva inerbire? gli ho detto. E io credo che questi sassi piangano e irrighino la terra. Ci ha messo un po’, a darmi ragione, perché anche i professori universitari hanno da imparare!”.

Come sempre, si finisce in cantina, da poco risistemata da Fulvio e Jelena. Pareti color glicine, capitelli di gusto classico a serrare le travi del tetto in legno, trattato senza chimica ma con un prodotto a base di alcol buongusto e uno speciale mix di erbe, come un digestivo usato al posto del mordente. Un enorme portone di ferro divide i due settori della grande cantina, e colori e poesia decorano l’ambiente. “Questo è il salotto di casa mia, qui passo la maggior parte del mio tempo: deve essere bello e piacevole, dobbiamo trovarci tutti a nostro agio”. Grandi vasche in cemento verdi e rosse, a far da sfondo a botti grandi e barrique di vario genere. “Il cemento, insieme al legno, è il massimo per il vino. Sono fiero di queste mie vasche, e penso che chi le ha sostituite con altri materiali abbia fatto un grande errore”. E poi legno, di ogni genere e dimensione: mi parla di botti d’acacia, da cui assaggio un Pinot grigio sperimentale, e di legno di castagno, dove riposa la vendemmia 2006 della stessa varietà, e che verrà assemblata nel giro di qualche mese con vino da altre botti. L’assaggio dalla botte di castagno mi apre il naso e la mente ad una natura ancora tutta da esplorare. “Credo molto nell’uso di legni diversi, vorrei ricominciare a usare materie dimenticate: il mio bottaio di fiducia è un grande professionista, a volte mi segue, a volte mi blocca. Glielo permette l’autorevolezza, e il fisico”, sorride Fulvio. L’acacia non è comune, nelle moderne cantine di rovere e acciaio: l’ho trovata diffusa e apprezzata in Moravia. Il castagno, nel laboratorio artigiano di Eugenio Rosi, non a caso vignaiolo stimato da Fulvio: “E’ un grande, Eugenio Rosi, davvero un grande: parla piano, ma parla bene”. Jelena, coautrice di tutto quanto abbiamo apprezzato oggi, chiude gli assaggi con un Pignolo che giace in una piccola botte dal 1997, e che probabilmente vedrà la bottiglia quest’anno. Io credo che avrei potuto riassumere questo lunghissimo articolo in una frase: “Fulvio Bressan imbottiglia i vini quando ritiene che siano pronti”. L’anima dell’azienda è qui, in questa scelta, che parte dalla convinzione che sulla vigna cresce l’uva, nelle vasche ci va il mosto, le botti si riempiono di vino, non di denaro contante.

Salutiamo Jelena, Fulvio, il giovane Emanuele, il piccolo cane che parla e canta, i sassi che piangono, e ripartiamo per la nostra meta, con una nuova tabella di marcia e un pensiero che mi balugina in testa: Fulvio Bressan è uno dei pochi vignaioli che, prima di spiegare sé stesso, non solo ha chiesto a me cosa combino nella vita, ma si è interessato al lavoro e agli studi di Martina, che pur si era dichiarata astemia e il vino non lo beve. Avrà pure un ego pronunciato, ma lo gestisce con intelligenza e passione: c’è amore per l’uomo, nel suo dedicarsi alla terra e alla vigna, molto più di quanto non colga chi mette insistentemente al centro il suo sguardo da duro.

“E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”.

Kostantin Kavafis

@foto di Mauro Fermariello www.winestories.it