Bressan: Mastri Vinai

Credo nella mano sicura di mio padre e di coloro che prima di lui per dieci generazioni hanno profuso il loro lavoro con impegno e dedizione sugli stessi filari.

Credo nella nostra terra, unica, leale, serena e riconoscente dell’ambiente che la circonda.

Credo nella vigna, povera ed umile, ma al contempo, regina madre generatrice di un incredibile patrimonio di aromi.

Credo nella sensibilità “artistica” ed artigianale del maestro, orgoglioso del proprio lavoro e delle proprie idee, alla tradizione del suo gesto, frutto di secolari esperienze maturate dalla coltivazione personale del vigneto.

Con questi valori e vero orgoglio per i risultati raggiunti, produco ancora Vino, senza supponenza o presunzioni, ma curioso ed attento al percorso dell’antica scienza dell’enologia con il rifiuto categorico delle moderne tecnologie.

Non sono biologico, anche se la mia regola personale mi impone condizioni di vigna e di cantina ancora più severe di quelle delle varie “certificazioni”.

Non sono biodinamico perché so che purtroppo le regole possono essere cavalcate dalle mode e so che nulla è più facile che imporre regole per poi violarle, approfittandosi, così, dell’ingenuità degli altri …

La maggior parte dei vini attualmente prodotti nel mondo sono omologati, appiattiti nei caratteri, standardizzati, incapaci di sfidare il tempo a causa dell’uso indiscriminato della chimica sia nei vigneti, che in cantina. Questo modo di operare mortifica l’impronta del vitigno, l’incidenza del territorio e la personalità del  produttore.

Tra le regole che la nostra azienda ha sempre seguito:

  • la coltivazione personale del vigneto senza l’utilizzo di sostanze chimiche di sintesi;
  • il divieto di irrigazione;
  • fermentazioni spontanee senza l’uso di lieviti industriali sintetici;
  • nessuna aggiunta di anidride solforosa ai mosti;
  • nessuna filtrazione.

Fulvio L. Bressan

Mia mamma ha detto che è tondo. Io, senza nessuna polemica intergenerazionale, le ho detto che tanto tondo non mi sembrava. Come Gattuso, mi sarebbe venuto da dire che se nasci quadrato non diventi tondo. Tant’è, mia mamma ha chiuso il discorso dicendo che forse non è proprio tondo, ma all’inizio è tondo. Mio cognato ha detto che è un Pinot nero che non sembra un Pinot nero. Ma ha detto di non scriverlo, perché ha visto le foto del vignaiolo che lo ha creato e non gli sembra il caso di essere troppo franco sulla franchezza. Comunque anche secondo me non sembra un Pinot nero, ma credo anche che il vignaiolo in questione non si offenderebbe affatto a sentirselo dire, anzi, lo prenderebbe come un complimento. Mio cognato è uno che se ne intende, mangia e beve di mestiere: e, come si dice di molte barbera, gli sembra quasi che questo Pinot nero “nebbioleggi”. E anche su questo sono d’accordo con lui.

Un Pinot nero che ha festeggiato il decimo compleanno, con un colore pieno e un tannino vigoroso, è qualcosa di incredibilmente strano. Più Valtellina che Borgogna. Non l’eleganza nobile e altezzosa dei sangue blu, ma una sovranità gagliarda. Lo avevo ben letto, in giro la rete, che i vini di Bressan son tutt’altro che normali, ma davvero non pensavo di trovarmi un bicchiere del genere. E’ bello perché dà da parlare, in un giorno pasquale a spasso per case di parenti, con la bottiglia che si tappa e si ritappa e mi accompagna e nel frattempo cambia. E va a finire che la mamma ci ha imbroccato, perché questo Pinot nero di terra e di polvere alla fine, qualche ora e qualche parente più in là, un po’ tondo lo diventa davvero.

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