Il Trentino nel mondo, questione frizzante #6

Succede anche a me, talvolta, di viaggiare fuori dai confini dell’Europa di mezzo, anche se non nascondo di essere poco incline ai lunghi viaggi. La malinconia spesso mi attanaglia, e all’aereo ho sempre preferito la bicicletta e la solitudine dei vagoni dei tanti treni di provincia che, tra valichi alpini e pianure infinite, collegavano ogni centro dell’impero danubiano alle sue periferie. “L’Europa era più Europa un secolo fa, quando mia nonna andava in treno in giornata da Trieste alla Transilvania”, citando Paolo Rumiz. Misteri degli stati nazione!
Qualche tempo fa ero a Londra, dunque, in quel bagno di postmodernità e di cultura metropolitana. In ogni pub e ristorante, scorrendo la lista dei vini, ho trovato sempre le stesse indicazioni. Italy: 1) Pinot Gris 2) Prosecco. E poi Pinot Gris from Australia, from Oregon, from California, from New Zealand e via discorrendo.
Da lì un gran riflettere: davvero la millenaria cultura vitivinicola e la ricchezza della base ampelografica italiana si riducono, nell’immagine esterna, ad un bicchiere di Pinot Grigio o ad una bottiglia di Prosecco? Ho pensato al Trentino, a quel 25% di suoi vigneti coltivati a Pinot Grigio, e all’Oregon, che se anche lì si produce Pinot Grigio chi lo berrà mai in futuro quello che produce questa piccola terra alpina? E ancora: se il mercato nordamericano dovesse mutare gusti, se il dollaro si indebolisse rispetto all’euro, se anche gli americani – come stanno dimostrando – imparassero a produrre del buon Pinot Grigio, o se i territori a noi limitrofi cominciassero a vendere autonomamente il proprio, cosa sarà delle oltre 11 milioni di bottiglie di questo vino prodotte in Trentino? Già oggi, senza fare la Cassandra, il Pinot Grigio importato negli USA dall’Italia è circa il 40%, rispetto alla quasi totalità di un decennio passato, e la sua quotazione, pur migliore rispetto ad altri vini, ben inferiore rispetto ai tempi d’oro. Non pretendo certo di trovare a Londra un bicchiere di Schiava o di Nosiola (quelli sarebbe già molto trovarli nei bar di Trento!), ma cosa può raccontare un bicchiere di Pinot Grigio dei territori, delle genti e delle loro culture? Io credo quasi nulla, come non credo che questo territorio valga pochi euro a bottiglia per un vino senz’anima.
In cima ad ogni carta vini, in quel di Londra, c’è sempre lo Champagne. È notizia fresca il calo delle vendite di vino nel Regno Unito a causa di nuove forme di tassazione, che non hanno però impedito un aumento delle vendite di spumante: dall’Italia, il 70% Prosecco, più del 10% Asti, il resto mancia. Non riesco quindi a non pensare alla vera perla del Trentino, quel suo metodo classico che non riesce a farsi identità, costume, abitudine, e a scordarmi la storia di quei produttori di Champagne, i migliori al mondo, che tempo fa volevano acquistare una casa spumantistica trentina, per la capacità di questo territorio di esprimere bollicine di qualità potenzialmente pari alle loro. Solo che loro producono più di 300 milioni di bottiglie, mentre di “Trento” se ne fanno solo 7 milioni, a dispetto della grande quantità di chardonnay disponibile. Ecco, forse è proprio li che bisognerebbe intestardirsi, su quelle bollicine, perché farle uguali non è così semplice come fare un bicchiere di Pinot Grigio, perché per farle bene ci vogliono storia, competenze ed un territorio unico e vocato. E il territorio, a questo mondo, è una delle poche cose che non possono essere riprodotte in serie.

Solomon Tokaj