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Il mondo del Merlot Uno, nessuno, centomila #22

Merlot, con la “t” finale: così si pronuncia, anestetizzando foneticamente l’origine francese, in queste terre del nord Italia, nel Veneto, nel Friuli e qui nel nostro Trentino. Vitigno dall’identità strana, non tanto per le sue origini, ampiamente garantite nella Gironda bordolese, ma per l’immagine ambivalente che se ne ha nel vasto pubblico dei bevitori di vino. “If anyone orders Merlot, I’m leaving. I’m not drinking any fucking Merlot!”, dice il protagonista di un famoso film ambientato in California, che al contrario ama l’introverso e criptico Pinot nero. Ma il Merlot lega il suo nome anche ad uno dei più costosi e rari vini del mondo, quel Petrus del quale noi proletari non sentiremo nemmeno mai l’aroma.
Merlot è il tajut in Friuli, il bicchiere da un decilitro che si beve alle osterie. In molte aree del nordest, il Merlot è ormai considerato una varietà locale: arrivato alla fine dell’Ottocento con altri vitigni francesi, si è conquistato subito la buona fama di vitigno vigoroso, con produzioni elevate e costanti, l’ideale per gli standard del tempo. Retaggio di quell’epoca, i fiasconi o le spine di Merlot friulano e veneto ancora oggi molto apprezzati nei bar.
Poi c’è la new wave del Merlot degli anni Ottanta, quando la Toscana comincia a parlare francese e nascono vini entrati nel mito, dal Masseto all’Apparita. Un tajut di Masseto costerebbe una cinquantina d’euro, se non di più, giusto per capire le proporzioni.
Non è un destino esclusivo del Merlot, quello di essere uno, nessuno e centomila: ma nessun altro vino come questo è disprezzato o adorato, considerato benzina per la macchina umana o nettare divino per pochi, danarosissimi eletti, venduto sfuso a un euro al litro o battuto alle aste con assegni da molti zeri.
Anche in Trentino questa varietà si è ritagliata il suo spazio: nel 2012, oltre il 6% delle uve a bacca rossa vendemmiate erano Merlot, secondo solo al Teroldego, e nel 2000 quasi il 10% della superficie viticola trentina era coperta da questo vitigno. Eppure, non so quanti lettori di questa modesta rubrica saprebbero fare il nome di un famoso Merlot trentino (a proposito, lancio una piccola sfida: chi mi scriverà una email smentendo questa mia considerazione, riceverà a casa una bottiglia di vino … non necessariamente Merlot, ovviamente). Questo perché, al netto degli ettolitri di sfuso e dei prodotti industriali, quest’uva viene spesso fatta fidanzare con il Cabernet, Franc o Sauvignon che sia, per ottenere quel famoso “taglio bordolese” che è espressione favorita in bocca a chiunque voglia dimostrare di intendersene di vino.
Il fine settimana appena passato, tutto questo era in mostra ad Aldeno: come ogni autunno da oltre un decennio, il locale teatro comunale ospitava infatti Mondo Merlot, una rassegna dei migliori vini italiani prodotti con questa varietà. Decine e decine le bottiglie in assaggio, dal Brennero a Capo Passero. E così ho tastato con mano la capacità di questi vini di essere tutto e il contrario di tutto, leggeri e asprigni in Valle d’Aosta, corposi e grassi in Campania, puliti e beverini nell’area laziale, strutturati ma eleganti in Südtirol.
Com’è come non è, son anche finito ai piani alti, dove pochi fortunati facevano la conoscenza del top dei Merlot. Vini importanti, dal prezzo variabilmente importante, di cantine prestigiose e blasonate. E così, anch’io che son figlio del popolo, mi son fatto un tajut di Masseto.

Solomon Tokaj