Vino buono e semplice. Puntiamo sulla Schiava

“Per mi, n’agricolo”. Frase ricorrente, ai banconi dei bar dei nostri paesi. Tradotto in buon italiano, significa che il cliente in questione esprime una netta preferenza per il vino alla spina, dando chiare indicazioni all’oste di non somministrargli il vino contenuto in bottiglie da sette decimi. Le ragioni di questa diffusa inclinazione sono molte: la tradizione di un vino leggero, poco alcolico, retaggio del tempo nel quale la maggioranza della popolazione era dedita all’agricoltura e il vino era un alimento; un dato economico, perché l’ “agricolo” costa poco, un euro al bicchiere, poco più o poco meno; ragioni più preoccupanti, legate ad un consumo poco misurato di alcol, e quindi l’ “agricolo” fa al caso di chi di vino non ne beve un bicchiere, ma diversi da mattina a sera. Per un motivo o per l’altro, il consumo di vino alla spina nei nostri paesi è tutt’altro che marginale.
Ma chi si prende la briga di andare a leggere, su spine e fusti dei bar trentini, che tipo di vino vada per la maggiore, si troverà di fronte ad un fatto curioso: nonostante il Trentino sia un territorio con un’altissima produzione vitivinicola, la maggior parte del vino alla spina venduto in bar, osterie e ristoranti è inesorabilmente “furesto”, veneto perlopiù. Bianchi frizzanti e rossi generici di oscura definizione, con nomi fantasiosi e talvolta inquietanti. Esterofilia? Profonde ricerche sulla qualità del prodotto? No, decisamente no: solo un puro calcolo economico, perché sul vino alla spina non è improbabile fare ricarichi anche superiori a quello in bottiglia. E se ne vende di più. E non c’è il rischio che la bottiglia rimanga lì, aperta e in solitaria malinconia, per giorni e giorni.
C’è un però: anzi, ci sono una fila indiana di però. Il primo riguarda la qualità di questo vino: mi hanno insegnato che, se il vino costa come o meno dell’acqua, c’è qualcosa che non funziona. Non funziona perché costa la terra, costa il lavoro, costano i trattamenti, costano le attrezzature, costa il confezionamento e costa il trasporto. Poi c’è un problema territoriale: il Trentino produrrebbe abbastanza vino per coprire il fabbisogno di tutte le spine di osterie e trattorie. La storia ci ha consegnato inoltre una varietà che sarebbe l’ideale, per questo tipo di consumo: si chiama Schiava, Vernatsch in Südtirol, Trollinger in Germania, vitigno che è stato per decenni la varietà più coltivata nelle nostre provincie. In Südtirol si continua a produrre, anche con grandi soddisfazioni: il mercato interno la richiede, nelle sue varie versioni, più semplici o anche più complesse e strutturate. In Trentino, purtroppo, è andata sparendo: la produzione ormai è intorno ai 30mila quintali, ogni anno in calo, meno del 3% del totale.
E’ un mio grande cruccio: questo vino sarebbe il vero “agricolo”! “Un vino semplice ma appagante: se avessi avuto una vigna di Schiava in un posto vocato, non l’avrei mai estirpata”, mi ha detto Marco Zanoni di Maso Furli, incontrato qualche giorno fa nel mio peregrinare sulle colline avisiane. “Una buona Schiava è il vino che mi piacerebbe veder scendere dalle spine di bar e ristoranti”, ho confermato io. Poco più tardi, in un bel ristorante sui nostri monti, cucina tipica e struttura in legno, il marchio veneto sulla spina annichilisce questa mia speranza: vado in auto, tiro fuori una bella bottiglia di Marco e la sacrifico per l’occasione. Quanta strada deve ancora fare la ristorazione trentina.

Solomon Tokaj