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Il buon vino del comun bene #3

Se fossi nato nell’Ottocento, nel mio viaggiare per i territori dell’impero al volgere del secolo, una volta arrivato in Trentino avrei trovato un elemento curioso, che faceva – e fa tuttora- di questa provincia un caso del tutto originale nell’organizzazione dell’economia: un fermento diffuso di cantine sociali, libere associazioni di contadini che, in quel Trentino ai margini di una vasta monarchia, si ponevano l’obiettivo di migliorare la qualità della produzione, di affacciarsi con più forza sui mercati, di garantire reddito e maggior benessere alle famiglie contadine.

Verso la fine del XIX secolo nascono dunque le prime cantine sociali a Revò, Riva del Garda e Borgo Valsugana: elemento curioso, perché sono località, queste, che hanno nel tempo perso la loro vocazione vitivinicola. Oggi, a Revò, grazie alla tenace pazienza di vignaioli come Augusto Zadra, il Groppello vive una lenta, faticosa rinascita. A Riva del Garda una Cantina- Frantoio ha preso le misure al proprio territorio, e prova ad estrarne il meglio, come l’olio dalle olive. A Borgo la storia si è fermata, ad un certo punto del suo scorrere: la filossera, il passaggio dall’Impero asburgico al Regno d’Italia, l’emigrazione e due guerre di troppo hanno fatto quasi del tutto scomparire la vite dalla Valsugana: pochi, orgogliosi viticoltori preservano un ricordo che meriterebbe maggior ascolto. Ma non più tardi di un secolo fa, le viti e l’uva davano da vivere anche alle genti di quei territori, che non a caso decisero di fare fronte comune, condividendo pericoli e vantaggi del loro lavoro.

E così ai giorni nostri questo lembo di Alpi, plasmato intorno al suo modello istituzionale autonomistico, offre numeri strani da decifrare, agli occhi di un osservatore esterno: numeri che parlano di una presenza determinante del movimento cooperativo in ogni settore della vita economica e sociale, dal credito ai servizi alla persona. Proprio oggi, il sistema cooperativo si riunisce in assemblea; dai Pionieri di Rochdale, o meglio, da Don Guetti a oggi, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, e se è vero che ora guardiamo alle coop con occhi diversi, forse più disincantati rispetto a quelle prime esperienze figlie del bisogno e della miseria, è proprio perche esse sono riuscite in buona misura a realizzare la loro missione: creare sviluppo, occupazione e benessere in un territorio che si giocava i primi posti della classifica delle regioni più arretrate d’Europa.

Oggi questo Trentino mi sembra un territorio sviluppato, magari non ricchissimo, ma tendenzialmente equo. Ricchezza è stata prodotta, ricchezza è stata distribuita. Ma non ci si deve nascondere dietro ad un dito, e dagli errori bisogna cercare di trarre i massimi insegnamenti: perché al centro c’è il socio, e non il profitto, il socio che non solo va pagato, ma valorizzato, formato, coinvolto nelle scelte che riguardano quel bene comune che è la “cantina”, la “sociale” della quale intorno a molte tavole trentine si parla ancora con devoto rispetto. Fare e vendere del buon vino da buone uve trentine, questo l’obiettivo.

Perché non succeda più che un anziano socio, premiato sul palco durante un anniversario della sua sociale, interrogato sul segreto della sua salute di ferro, debba rispondere sicuro: “Tenersi alla larga dal vostro vino“. Piripipi, voltiamo pagina e, come ammoniva Don Mentore, torniamo a cooperare “tutti per uno ed uno per tutti al comun bene“.

Solomon Tokaj